venerdì 4 maggio 2012

La casa

La casa oggi troppo ripulita ha perso fascino...

Cera una volta, in un tempo lontano, al limitare di un bosco, una vecchia casa di montagna.
Non una casa grandissima, ma neanche come l’intendiamo noi oggi, cioè un appartamento, una singola casa su tre piani più i solai, tutta di pietra, col tetto di tegole in un grande spazio verde contornato da larici, abeti, pini e altre essenze di mezza montagna.
All' interno un odore di umido e muschio, di legna e di fuoco, un odore persistente, un odore che era stato sempre lì, e che era parte di essa e dei vestiti e delle scarpe dei suoi abitanti , dei muri e dei mobili e dei singoli oggetti.
Come una anziana e bella signora se ne stava là piazzata nella sua posizione, mostrando le sue semplici, poetiche forme archittoniche fatte per durare, per esser parte della storia del luogo forse, per infondere comunque quell' autorità e rispetto borghesi anni 20 e infonderli a chi vi avesse abitato o, perlomeno a chi fosse stato possibile identificare come un suo legittimo abitante o proprietario o che comunque abitandovi vi avesse appartenuto e perciò stesso avesse assunto e assorbito il fascino e l’autorità di quel luogo.
Sarebbe bastato forse uscire da quella casa ed essere osservato da qualcuno nell’atto di farlo per assorbirne su di sé tutto il fascino, per far credere per un momento di farne parte, di essere intriso di uno spirito speciale o di un’aura antica e speciale.
La casa non era neanche curata : gli infissi severi di legno consumato e mille volte grattato e riverniciato finchè qualcuno non si fosse stancato di farlo. E l’intonaco levigato dal sole, dalla pioggia e dalla neve di un colore troppo intenso per poter essere descritto. E le grate di ferro alle finestre del piano terreno dipinte di nero, opache e sicure, sì, tanto sicure che avresti giurato che mai nessuno in nessun modo che avesse avuto malvagie intenzioni avrebbe potuto mai averle violate così come i muri spessi e le porte, poche, forse due sul davanti e su un lato, unici discreti varchi verso quel mondo custodito e segreto e serrate da pesanti piccole porte bugnate di un legno più duro del ferro. Scure, supreme, più di fieri guerrieri.
Il bosco poi non era distante : forse dieci passi appena da ogni lato, dieci passi che piazzavano lì la casa, al centro, che ne accrescevano la posa. E dagli alberi centenari a decine gli uccelli che vociavano forte intorno lanciandole messaggi secondo le stagioni o che spiccavano dritti saltando tutti i piani e le gerarchie architettoniche per puntare dove a loro solo interessava, fra le tegole e i due camini, là dove lo spazio intorno era chiaro, definito e controllato, e sopra agli alberi dove lo sguardo si apriva ancor più potente e si sentiva forte il vento.
E dentro i solai, appena sotto le travi, sicuramente li sentivi incoronare la casa ubriachi di picchiate e inseguimanti,
La casa pareva avesse radici, là tutta piantata : sicuro che le aveva! Radici di pietra e mattoni bagnati a forma di archi e volte a botte, reticolo di cunicoli e cantine, saloni lunghi e senza luce intrisi di cera e di vino, di tele di ragno e magìa .
Quasi mistiche e perdute, luoghi mai ben curati ma che a volta hanno cura di cose preziose e di ricordi. Attraenti l’estate cocente e quasi riparo l’inverno per bere e mangiare insieme, purgatorio di oggetti e mobili usati, parcheggio di memorie sepolte e forse a momenti luogo di delizie, di vino e di formaggi e salumi e di baci.
Forse non importa parlare del resto. Il resto era così bello mettersi fuori seduti su una panca ad immaginarlo, a gustalo in quel fermo di tempo fino a sera in silenzio finchè le rondini fischiando venivano a girare. Gli spazi sereni e disposti delle camere e delle belle finestre, le porte e i soffiti, forse qualche umile fregio affrescato ormai quasi scomparso lungo la sommità: che splendido nido e scenario di vita per chi avesse avuto la ventura di occupare quegli spazi intensi con le sue cose e gli affetti, coi mobili, le emozioni e i ricordi, i ricordi di un fiume di vita. Che previlegio assoluto. Parlo di viverci davvero, non trascorrervi solo brevi vacanze, ma viverci tutto l'anno in tutte le stagioni e forse per tutta la vita.
Ma una casa così di sicuro non era fatta di una sola vita : ci saranno volute tante e tante vite, tante e tante generazioni di bambini e bambini invecchiati a stagionarla e a farla bella.
Ottanta o cento anni son pochi ma già sufficienti. E non è come per i vini o i formaggi che ad un certo punto ti dicono :”no, più anni ancora no, ci vuole il tempo giusto, né troppo né troppo poco...” Per una costruzione più anni passano e meglio sarà, più cose ti dirà e non importa quanti anni e quante vite, a patto che sia ben fatta fin dal principio, concepita dall’architetto col cuore e col sentimento, pensata per gli uomini e non solo per le funzioni : allora il più sarà compiuto e basterà solo aspettare che passi il tempo per decorarla e conferirle un’anima densa.
Pensando solo in termini ingegneristici non si farà mai una bella casa; in termini di pura funzione si ragiona per far bella una nave, allora sì che tutto il fascino dell’acciaio e dello stretto necessario esce fuori intriso di nafta e odore di vernice, spazzato dalla salsedine e cullato dalla potenza quieta del mare. O per far bello un treno, dove ti accoglie premuroso uno spazio elettrico ed eccitato di stazioni brulicanti di vita e campagne nebbiose, ponti, gallerie e confini. In una nave o in un treno percepisci l’onestà e la poesia della sobria funzione come in un vestito militare o una tenuta tecnica per sport o per lavoro : è il fascino dell’uniforme o del jeans, quel senso estremo di servizio, quasi di sacerdozio civile.
Ma una casa è una donna e non vive di questi principi : è fattrice e custode di vita insieme e vuol essere unica nel tuo cuore.
Anche quella casa nel bosco era unica nel mio cuore e non sapevo come dirglielo perché forse non sapevo ancora parlare d' amore.
Era un amore soffocato, asfissiato, legato, per troppi anni abbottonato e alla fine annegato nel mare della discrezione e nell'oceano della consuetudine.
Era la mia vita segreta, mai compiuta, relegata e sospesa, come in attesa. In attesa di essere, di fare, di essere capace di parlare e di ridere e gridare.
Mi colpiva in quegli anni l’indifferenza degli altri; poi più avanti capii che l’assenza era mia. L’astinenza colpevole di un animo chiuso che implorava l’amore e la vita senza riuscire a darne davvero, che rimandava i giorni e non varcava la soglia, forse credendo di non averne voglia.
Ma il tempo non ha pazienza con gli uomini : scorre e ti osserva e se non l’afferri subito o non capisci non ha altre occasioni da darti, ti volti, è finito, terminato, esaurito.
Il bosco intorno alla casa custodiva segreti : luoghi aggrovigliti dai rami, avvolti di verde e coperti dalle chiome basse. O piccole radure d'ombra che da piccolo ti sembrano spazi enormi e senza confini. Il suo piano era senz’altro quello di mangiarseli tutti quei pezzi, senza fretta, a poco a poco, di farli suoi, di utilizzarli, di appoggiarsi e coprirli di velluto umido.
L’odore dell’ambiente in estate e in inverno avrebbe raggiunto la casa, non l’avrebbe mai lasciata da sola, del resto era tutto un unico mondo.
Vi erano poi dei percorsi che potevi seguire, ti invitavano a esplorare e a scoprire in quel corto orizzonte cosa vi fosse dopo un gruppo di alberi o al di là di un muro, o di una grossa siepe da scavare per farne un nascondiglio segreto. Era quasi una tentazione irresistibile ed un passo dopo l’altro ti ritrovavi a percorrere uno spazio considerevole : lo sentivi da un lieve affanno del respiro o dai vestiti che si facevano improvvisamente troppo caldi e pesanti e la schiena bagnata.
Per ritrovarsi a volte con sollievo e stupore in un luogo già visto, lungo un cammino già fatto, ma ogni volta diverso e comunque attraente dove si è già vissuto momenti di immensa quiete, fermi ad osservare intorno, a consumare uno spuntino o sprofondati in un libro o nel sonno, o in un lavoro pesante del bosco, da soli o con altri, momenti comunque intimi e tuoi. Luoghi a volte di baci rubati e passioni nascoste. Luoghi sempre di risposte cercate.
Cercare di intuire la vita : questa è la spinta.
Per quanto lontano ti spinga l’esplorazione di quei luoghi sei portato poi sempre comunque a tornare : perché imbrunisce e l’aria si fa troppo umida, o perché è la stanchezza e l’ansia che te lo dice. E ritorni alla casa, vuoi rientrare in quei muri coi polmoni fin troppo ossigenati e sazi di natura.
Ora la luce è tutta dentro, luce discreta e misurata di spazi antichi scricchiolanti e vecchi oggetti noti, e fuori è il buio, gli animali notturni e il silenzio appagante. Una volta rientrato a volte quel silenzio tu lo vai ancora a cercare, dopo cena seduto o appena affacciato per nutrirtene ancora di un ultimo respiro, prima che gli occhi ti dicano di andare a dormire.
La casa, nelle notti di luna pareva ancor più sospesa, come se sradicata da una forza aliena si fosse alzata nel cielo e poi posata su un altro pianeta nella luce azzurra e vibrante. Mutava il colore dei muri e il gioco dei semplici chiaro-scuri non era più quello : quasi avesse più finestre e fosse più alta, più fragile e scura.
Lo stesso effetto lo faceva l’inverno se una speciale nevicata la circondava e copriva appena il tetto ed il bosco.
Invece d’estate e d’autunno era solida e rossa e anche gialla e marrone.
Avrei ben voluto restarvi per tutta una vita davanti al camino, riempirla di libri e beffarmi del tempo : capisco chi vuole restate con tutto il suo cuore in un luogo e non ascolta consigli.
Certamente non solo ma col mio amore, e la visita assidua dei figli.
Magari avrei avuto anche un cane dagli occhi pensanti, e avrei sopportato anche un gatto da amare distratto.
Si amano i luoghi dove c’è amore o c’è stato o potrebbe esserci.
Ho amato tutti i luoghi dove ho amato o lo sono stato. Per forza, è inevitabile, anche se non erano così belli e fascinosi.
Sono i nostri sentimenti che informano un luogo e lo colorano.
Però, se il teatrino della vita si svolge nel luogo perfetto,
allora tutto è ancor più appagante e il fare risulta più bello.
Arriva un’età in cui avresti voluto aver la fortuna di offrire un luogo così a chi ami, e lasciarlo ai tuoi figli. E se ogni uomo per assurdo ne avesse, il pianeta sarebbe alquanto diverso. O meglio, sarebbe un altro pianeta e non questo.
Dentro la casa i pavimenti irregolari erano retti da travi, in alcuni punti cigolanti e scrocchianti. Le grosse mattonelle color sangue lì appoggiate ma ormai quasi scollate le une dalle altre, le fughe svuotate o riempite ormai solo di materia quasi sabbiosa e rarefatta, e qua e là poca cera.
Nel salone le mattonelle grosse gialle e nere esagonali a comporre rozzi e astratti disegni, piene di buchi provocati da chissà quanti pranzi allegri e vocianti e danzanti occasioni o tristi cene di minestra nelle giornate di pioggia sui vetri; e chissà quante ossa di pollo o coniglio finite per terra e lasciate dal cane o dal gatto.
E nei bagni il grigio e il verde imperlato di acqua che si inerpica sulle pareti e cinge le vecchie vasche ingiallite e le piccole finestre, ogni tanto un’assenza riempita di grigio cemento : ferita di guerra di idraulico scontro.
Poi vapore e sapone, e corpi giovani e vecchi bagnati e ristorati, incremati e asciugati, e schiume profumate, pettini, rasoi, canotte e vestaglie trapuntate e schiene, piedi nudi sul pavimento bagnato e bagnetti di neonati, pensose e salutari sedute o notti vomitate o tossite a cercar nell’armadietto il rimedio conosciuto.
Nelle stanze da letto un sonno quieto, fresco d’estate e teporoso l’inverno. Luoghi di giusto riposo e più curati : la cera passata più tempo a saldare la trama. A volte in alcune ecco le liste di legno serrate e coperte da trasparente vernice ben tenute, quasi accarezzate, il rumore dei passi più lieve e attutito nel camminare intimo e rispettoso tra odore di lenzuola e di lana.
Poi, a volte più nessun rispetto davanti a due occhi umidi e appassionati e odorose chiome di donne, gambe e fianchi, pelle bruciante e promesse di vita su capezzoli ardenti.
Pochi i tappeti tranne sotto il grosso salotto nel centro al primo piano, vecchio e piantato là in mezzo come la casa nel suo sito.
Il salotto sa ancora di chiacchiere educate e frasi ospitali, ma anche di incomprensioni familiari, o di gioia tra amici, o letture calde e felici sotto metri di scaffali e di quadri ordinari.
Qualche goccia di brandy ha lasciato indelebile impronta odorosa in quell’angolo dove un cono di sole riscalda l’inverno.
Anche il fumo di sigari e pipe è andato a dormire tra le pieghe di bruno velluto liso e sdrucito, insieme a giovanili screzi e filosofiche invenzioni, proclamate prima che la vita picchiasse con le sue dure lezioni.
Odorosa di misture e di spezie la cucina, accogliente e sobria, consumata, giusta: da non farci pasticci ma solo cose quasi perfette : questo è un luogo da prender sul serio dove entrare
per bene e con passione per usare vera sapienza e giusto tempo. Sono brune le travi e a tratti quasi nere piene di chiodi qua e là dove porre collane di aglio e peperoncino e grosse padelle di rùggine e fuoco del diavolo.
Tutte le guerre han segnato per terra questo luogo, e ora non v’è più alcun rimedio : pazienza, qui la vita è passata a torrente, con voci allegre di donne, sottane, sandali e caviglie.
Ho amato molto anche il cibo, con moderazione, e a patto di buone digestioni. Non mi piace star male per il troppo bere e mangiare, ho troppo rispetto di me stesso.
Una volta mi sono messo a rispolverare le pipe di mio padre, era un momento difficile, la separazione dalla madre di mia figlia; mi è piaciuto e mi è anche servito per calmare i nervi. In quel periodo avevo anche iniziato a frequentare un gruppo di strani storditi, alcuni anche visibilmente danarosi ed altri con altrettanti problemi familiari : mi era sembrato di trovarmi tra disadattati, immerso in quei tipici gruppi maschili di perditempo che magari vanno a pesca tutti insieme e che si sentono incompresi dalle proprie mogli, tranne che fare poi i deficienti con la prima ragazzetta incontrata in un bar o piangere addosso alle proprie disgrazie. Non era decisamente roba per me, clima troppo vischioso.
Preferivo decisamente fumare la mia pipa da solo in meditazione.
Poi ho smesso improvvisamente, quando ho trovato di meglio da fare.
Anche nel resto non ho mai ecceduto, ma detesto con altrettanta forza il ritiro, l’astenia, la ritrosia, la vigliaccheria di vivere.
Destesto profondamente chi sta al balcone tutta la vita, anche se il balcone è fiorito e adornato di belle poltroncine e tavolini di vetro.
Se potessi scegliere sarei un viaggiatore, un camminatore continuo.
Certo mi fermerei per un po’ ogni tanto, in qualche luogo che mi toccasse profondamente gli occhi e, e non vorrei essere proprio sempre completemente solo, questo no, ma in viaggio parli con te stesso, la mente si pulisce, lo sguardo spazia come quello di un marinaio durante la lunga traversata. E cominci a superare dei confini.
Il confine ha un suo significato, anche se non è fisico ma solo formale. Ha un suo odore e un suo sapore.
Così come tutt’intorno alla casa mi ricordo che un confine c’era, si sentiva, là dov’era appena accennato con un muretto sbrecciato o là dove solo si intuiva al diradarsi del bosco o aldiquà da un poggio dietro a quel groviglio vegetale che avviluppa un vecchia rete.
Al di qua è il tuo mondo, al dilà c’è il resto e istintivamente la frontiera va difesa, come una marcatura animale.
La difesa è nobile, ma dev’essere costante e attenta sennò a nulla serve. Credo che l’uomo attivò dentro di sé quest’istinto qundo si fece contadino e si chiuse nei suoi orti. Si sviluppò così la civiltà, dicono, ma io sarò sempre più un pastore, un marinaio di prateria che un contadino che si radica esso stesso generazione dopo generazione come un tubero burbero e diffidente degli altri.
Quando decidi di andare oltre inizia il viaggio, e non finirà più.
Poi ci sono luoghi dove tornare, per respirare ricordi, vedere come sono cambiati, come siamo cambiati noi rispetto alla prima volta che li abbiamo visti: in questo senso il viaggio non è una linea retta, ma è circolare, può essere ripetuto, può essere una gustosa rivisitazione continua, anche perché tutto cambia.
E il viaggio migliore si pratica lungo la strada, coi tempi del passo, i capricci del tempo e la mente curiosa che osserva.
Ricordo i miei viaggi solitari dei vent’anni : prua in una direzione ben precisa aspettando di aver capito cosa diavolo fare.
Questi viaggi sono serviti a capire di cosa avevo più bisogno, quali erano i miei reali limiti fisici e psichici.
Cosa speravo di incontrare non lo sapevo neanche allora, ma il piacere del viaggio, con addosso l’energia di allora, contribuiva a sgombrare la mente di tanta polvere pesante accumulata in anni e anni di penitenziario familiare.
Filari immensi di iberici uliveti, e poi deserti e pianure fluviali, e dolci passi di alti colline fino ad arrivare ai boschi di conifere e poi al cielo sereno e azzurro dell’oceano. Il movimento continuo delle mie gambe che procurava chiarezza negli occhi e nel cuore.
Come un “file” ripulito o una cartuccia rigenerata ritornavo alla vita.
E da allora ho incominciato a fare per me, a cercare di costruire.
Da quel momento mi sono tuffato, accadesse pure qualsiasi cosa, era pur sempre meglio del nulla.
In soli dieci anni ero arrivato a lavorare così tanto e a fare tanta di quell’esperienza che mi pareva che il più fosse fatto.
Poi la “paternità”: il massimo a cui potessi aspirare in così poco tempo. Ci avevo pensato tante volte passeggiando intorno alla casa come se già una creaturina immaginaria a cui insegnare emozioni mi seguisse per magìa o per dare un senso alla mia vita. E insieme percorrevamo i sentieri e il folto del bosco, superavamo un poggio per scoprire oltre, osservando stupiti ogni cosa, tornando poi a casa complici di tutto ciò che avevamo gustato insieme.
E ricordo eccòme i viaggi con mia figlia. Le lunghe ore d’avventura dolce e bambina. Erano già di un altro genere anche se di altrettanto intenso sapore. Il gusto di regalare un’emozione ad una bimba amata era tale che per la prima volta vi sono stati momenti in cui avrei voluto fermarlo davvero il tempo, per sempre.
Era la prima volta che mi accadeva, e ne sono rimasti ricordi incancellabili nel mio cuore, tanto che ancora oggi che la bimba è ormai una donna, rimangono ancora teneri attimi irripetibili della mia esperienza. E spero anche della sua.
Non vorrei andarmene da questo mondo senza aver viaggiato ancora qualche volta insieme a lei, finchè si potrà.
Ma mia figlia la casa non la vide mai. Anche se io pensavo:- sarà comunque là ad aspettarmi ogni volta che tornerò, ogni volta che un viaggio sarà finito o un'esperienza terminata. Riaprirò le finestre chiuse da mesi, aprirò l'acqua e accenderò la luce e le daremo vita con la nostra presenza, ogni volta rinnovata, ogni volta accresciuta in qualcosa. Sarà questo a riaccenderle l'anima, a colorare i suoi muri, a scaldare l'aria d'inverno o a profumarla l'estate - Così pensavo, ma non fu mai così, perchè anche lei la dovetti lasciare un giorno per non vederla più, non riconoscerla più, osservandola solo dal di fuori. L'avevano ripulita, riverniciata, pettinato tutto il verde intorno in un modo geometrico e innaturale, avevano scavato enormi buche nella terra per far posto ad auto e cemento.
Non mi apparteneva più ad un tratto, inaspettatamente.
Ma come si fa a dimenticare quell'epoca? Era l'epoca che io chiamo "del mio risveglio", quando dalla capitale eravamo tornati alla nostra città d'origine dopo 17 lunghi e intensi anni. Era morto mio padre prematuramente, l'unico che mi avesse insegnato qualcosa, l'unico che mi avesse parlato. Quegli anni erano lunghi nel ricordo come un'era geologica, giacchè avevano coinciso con l'infanzia e l'adolescenza, una adolescenza troppo prolungata nel tempo. Io mi sentivo responsabile di tutto, mi rendevo utile per tutto. Mia madre, aggrovigliata nella sua schizofrenica indifferenza guardava come sempre solo davanti a sè, nel nulla, nell'ozio perenne nel quale aveva sempre vissuto.
Era il momento della coscienza che prova ad agire finalmente in una vertigine fasulla di libertà. Avevo vent'anni. Vent'anni buttati a straziarmi solo sui libri, ad imitazione di una fratello anch'esso schizofrenico ma portato sempre e comunque ad esempio per tutti da quella madre profondamente malata di paura di vivere.
Per questo ero cresciuto solo infondo, isolato dal mondo come tutti loro, arroccato nella mia fortezza di assurda presunzione ed orgoglio che mi avevano trasmesso.
La riscoperta di quella casa, in quelle estati e in quegli inverni sembrava quasi curarmi dal mio male di vivere. E in parte vi era riuscita. Fino alla prossima volta che fossi scoppiato, che non ne avessi potuto più di tutta quella insana presunzione e cieco egoismo che mi avevano infettato. Mali borghesi, soffocanti sensi di colpa e di inadeguatezza che mi avrebbero ammazzato. Come avevano ammazzato i miei fratelli.
Sapevo di intravedere la via, in quelle estati verdi, mi preparavo alla sfida raccogliendo tutte le mie forze. Fu tra quegli alberi secolari, su quei prati freschi e sotto quelle vecchie travi che mi si chiarì tutto ad un tratto nella mente, che vidi tutto com'era realmente, che smisi di vedere tutte quelle ombre ed illusioni che mi avevano messo in testa, lì con la pelle a contatto con la mia camicia di grezzo cotone nell'aria limpida della montagna.
Era l'anno 1986, un anno ora lontanissimo e sfocato, in un paese che non c'è più, tra gente molto diversa da com'è oggi, in una età che non torna, che non ritorna mai più.
Figli di una madre prigioniera della sua grave psicosi, della sua grave sindrome della "non vita", noi non impazzimmo solo perchè era forte il nostro cuore e prepotente la nostra affettività, erano vivi ancora i nostri sentimenti. L'aridità assurda di quella austera vita che si nutriva solo della conservazione delle cose e del rifiuto del tempo mi avrebbe presto ucciso come aveva ucciso da bambino già un fratello.
Ma la natura per fortuna prima o poi prende sempre il sopravvento e le forze ancora vive in quei casi aiutano e non poco.
La voglia di sbagliare tutto è sempre più forte della morte.



Ettore Tangorra  2009

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