venerdì 14 ottobre 2011

Solo due anni della mia vita. Breve racconto di un viaggio.

 

Il Ponte 25 de Abrìl, a Lisbona.
Una trentina di anni fa mi sono reso conto di botto (sai, un po' come un fulmine improvviso) che stavo perdendo letteralmente il mio tempo e la mia vita. Siccome sono ateo convinto dall'età di 14 anni (lessi allora alcuni libri di Erich von Däniken che mi illuminarono sull' "immensa menzogna") per me la vita era ed tuttora è l'unica certezza e cosa preziosa che abbiamo. Ma ho vissuto così solo e per così tanti anni che non sapevo neanche più cosa volesse dire chiedere aiuto. Ho preservato il mio corpo e il mio cuore per così tanto da commettere un crimine, contro me stesso e contro l'umanità. Ho vissuto in una gabbia, la gabbia mortale che solo la famiglia spesso può creare in modo criminale, così come solo la giovinezza dei trent'anni mi ha permesso di vedere lucidamente e dare una scossa alla mia vita prima che fosse troppo tardi. Qualcosa ad un certo punto ti dice semplicemente di andare, di iniziare ad amare davvero, qualsiasi cosa stessi facendo e qualsiasi impegno ti legasse al passato. Voglio scrivere 'sta storia prima di dimenticarmi tutto. Quando ho iniziato a scrivere ho dovuto prendere in mano le mappe per ricostruire un percorso che avevo nella memoria nitidissimo e chiaro fino a pochi anni fa. Purtroppo tante cose probabilmente non me le ricordo più, e negli ultimi 20 anni la mia vita è stata abbastanza movimentata per pensare di fissare tutto sulla carta...pardon, sul mio PC. 
Sarà l'età che avanza che mi spinge a scrivere. Sono passati così tanti anni che non sono neanche più la stessa persona di allora; sto parlando di me e della fine degli anni ottanta, anni in cui l'Europa e il mondo erano completamente diversi anche se si avvertiva che eravamo alla vigilia di importanti cambiamenti e la storia si stava rimettendo a correre.
Non ho portato con me la macchina fotografica per una serie di motivi compresa l'intenzione "tattico-strategica" di viaggiare leggero, perchè quel viaggio volevo farlo in bicicletta, tutto in bicicletta fino alla fine, e di non avere foto di allora mi sono molto pentito perchè contrariamente a quanto pensavo non ci sono mai più tornato laggiù. Occorre precisare che allora non esisteva la tecnologia digitale di oggi e che la mia reflex sovietica pesava un buon kilo e mezzo almeno... Ho intenzione di rifarla quella strada un giorno, magari in auto, e magari con la mia amata moglie e forse con mia figlia se non avrà altri impegni. Allora sì che riempirò questo blog di foto!!!
La mia "Nicoletta"
Dunque non ho tra le mani nessun ricordo materiale, a parte il timbro sul passaporto, e non ho più la bicicletta che utilizzai per gran parte del percorso, che mi fu davvero fedele e amica, non avendo mai forato una sola volta! Altra cosa di cui mi sono pentito fu che per farlo quel viaggio, dovetti vendermi la mia amata Citroen 2 cv di appena 3 anni di vita. Oggi magari l'avrei conservata come veicolo storico ed avrebbe qualche valore, ma di lei invece conservo gelosamente alcune foto: nome "Nicoletta", azzurra, anno 1986, targata MI 61309Z.
Quel viaggio, in quel momento e nelle circostanze in cui mi trovavo, era necessario e urgente, e ne sono tornato diverso, iniziando da quel momento la mia vita da "adulto" alla ricerca della propria espressione e indipendenza. Certe cose è necessario farle specialmente se non si è nati e cresciuti in strada, se non si è nati figli del fornaio o del barbiere, se si è rimasti troppo a lungo nella bomboniera della propria famiglia borghese a studiare diligentemente senza sgarrare mai, in vista della laurea universitaria che avrebbe sancito e rimarcato lo "status" a cui i nostri genitori ci avevano generosamente destinati, gelosi della propria presunta superiorità, considerando sempre la gioventù non come un valore aggiunto, ma paradossalmente come un "difetto" da cui guarire con l'età...
Ma per percorrere quella strada ci voleva un equilibrio psicologico familiare ed economico che io non trovavo. Io non ero cosi' bravo come e' sempre stata mia figlia. Studiavo perche' si doveva, perche' mio fratello aveva sempre bei voti e io non volevo essere da meno, ma la mia mente era sempre altrove in un altro luogo o in un altro tempo. Ero troppo distratto e la sensazione dominante che provavo era quella di essere come un magico architetto che inventava e costruiva intorno a se' continuamente nuovi spazi e nuovi mondi. Ero senz'altro originale e tendevo a non accettare le cose cosi' come mi venivano presentate o spiegate. Avevo un animo ribelle, cosi' come ce l'ho oggi e nessuno riusciva a convincermi davvero e a sottomettermi. L'apparenza pero' era quella di un giovane taciturno e paziente. Quanta pazienza avevo. Ahi quanta pazienza...oggi non ce l'ho piu' davvero. Oggi vorrei tutto maledettamente subito. Per la verita' era sempre mio fratello, quello "bravo", che a volte mi faceva saltare la scuola, mi faceva "fare sega" come si diceva a Roma allora. Non so se i miei l'hanno mai saputo. Vagavamo allora tutta la mattina per il Gianicolo o, se non avevamo voglia di allontanarci troppo, per il parco del laghetto all'Eur. Studiavamo storia dell'Arte o altre materie che avevamo trascurato per colpa del troppo latino e greco. Ricordo ancora l'atmosfera di quei parchi la mattina, a volte il freddo d'inverno fino alle 11,00 o mezzogiorno del mattino, ricordo gli odori della citta', il metro' linea B, e ricordo tutte quelle ragazzine giovani che incontravo e che guardavo di nascosto, meta ambita ma ancora troppo lontana, per me che non sapevo ancora chi ero e cosa sarei stato....e che soprattutto non avevo in tasca che le 50 lire per tornare a casa col metro' verso l'una e far finta di aver passato la mattinata tra i banchi della scuola ad ascoltare i professori. La maggior parte delle volte pero' ero a scuola. Ascoltavo attento per un po' e mi divertivo a vedere la faccia dell'insegnante che apprezzava questa mia attenzione. Ero gia' un po' "attore" come lo sono ancora oggi e interpretavo la parte del ragazzo attento e studioso. Ero pero' in ogni caso sinceramente curioso di quello che mi dicevano. Poi pero' a volte mi perdevo a disegnare fogli e fogli di nascosto senza farmi vedere. Almeno credevo di non essere visto. Disegnavo cartine di paesi inventati, organigrammi di societa' ideali della mia fantasia. Mi pareva troppo complessa e articolata la realta' vera, e che comunque riconoscevo come tale, mi rifugiavo in una realta' dove inventavo un paese simile alla Svezia dove tutto era semplice e ordinato (perlomeno cosi' credevo). Senza sapere che "c'e' del marcio anche in Danimarca" come scopriro' da grande. I miei voti pero' erano buoni. Avevo troppo timore dell'autorita' per non studiare. Non avrei mai osato ribellarmi ufficialmente e apertamente e mi piacevano la storia e la geografia e francese. Odiavo e odio con tutto il cuore anche oggi la matematica: a volte, stufo del compito mettevo dei numeri a caso e i professori non capivano cosa avevo fatto! 
Poi speeso al mattino a scuola seduto nel mio banco avevo troppo caldo; o mi faceva male la pancia e avevo voglia di andare in bagno a liberarmi oppure mi prudeva la testa (ho sempre avuto dei capelli foltissimi) e allora mi grattavo e sfarinavo di forfora tutto il banco. Che orrendo disagio. Poi in quell'epoca c'era sempre qualche compagno che non si lavava abbastanza o che si lavava forse solo al sabato, e mi dava un gran fastidio sentire 'sta puzza di salamino aglioso intorno. La scuola non era una gioia per me, avevo pochissimi compagni con cui parlare, ma per il resto ero chiuso in me stesso e non parlavo neanche durante la ricreazione, neanche con mio fratello che invece era un chiacchierone di prima classe e chiacchierava anche coi professori.....ma che avevano da dirsi? Mah. La situazione miglioro' appena i due ultimi anni del liceo quando cambiammo scuola e passammo alla scuola statale con le classi miste! Adesso c'erano anche le ragazze sedute tra i banchi, era tutto un altro mondo, come mi piaceva, presi anche a curare di piu' il mio abbigliamento sempre un po' troppo severo e antico. Ero molto, molto timido, tuttavia non ero brutto, anzi direi belloccio tutto sommato, e allora riuscivo anche a chiacchierare con loro e a farle divertire coi miei disegni. Mi ricordo che presi in giro in una vignetta che ebbe molto successo anche il prof di filosofia. Lui non so come fu che la vide e mi odio' per sempre. Non riuscii mai a baciarne una delle mie compagne, che per altro guardavano solo i maschi dell'ultimo anno, anche perche' non avevo la testa di un diciassettenne, ero troppo timido e sempre a disagio. Non mancavano i miei exploit in classe, come certi interventi dal banco o certi temi molto apprezzati dai professori. Ero intelligente e originale e prendevo in genere bei voti. Poi pero' una volta a casa mi rifugiavo nel mio mondo di fantasia, non telefonavo a nessuna compagna per uscire (che comunque l'avrei fatto sempre con mio fratello appiccicato) mentre lui si rifugiava nei suoi dischi di musica classica. Quanta musica ho dovuto ascoltare in quella camera in comune con mio fratello! Mi sono fatto una vera cultura di musica sinfonica e da camera italiana e tedesca, anche se oggi non riesco piu' ad ascoltarne. Mio fratello poi parti' per l'Opera e fu li' che proprio non lo seguii piu'. Ecco noi passavamo troppe ore in casa a fare i compiti: il liceo classico non era una passeggiata. I genitori ti dicono che ti si spalancheranno le porte dell'Universita' e della professione! Ma io odiavo questo futuro prossimo venturo e riuscivo a mala pena a interpretare il mio penoso presente. Avrei preferito andare a bottega dal falegname piuttosto che avere 'sto cinghiale sullo stomaco. Tuttavia io fui l'unico a portare avanti gli studi in ben tre universita' diverse e a sostenere 30 esami in Architettura, mentre mio fratello fece in tempo a farne 4 a Giurisprudenza per poi cedere agli attacchi di panico e iniziare il suo calvario con gli psicofarmaci, e mia sorella ne sostenne 4 ad Architettura insieme a me poi un'estate se ne scappo' con un cicloturista barbone tedesco per salvarsi la vita (o per averne una) ...e io la capii.
Mia madre, dunque appunto lei: con la sua personalita' miope e conservatrice, accentratrice egoista e pignola e' un argomento talmente difficile e complesso che non riusciro' mai a parlarne in modo chiaro. Mio padre ci lascio' molto presto a soli 55 anni mentre facevamo quello che gli era sempre piaciuto, cioe' viaggiare. Fu proprio lui ad attaccarmi 'sta malattia del viaggio, o forse ne ero gia' affetto quando fin da piccolo disegnavo mappe geografiche di paesi inventati e ideali. Ancora oggi che esistono gli smartphone e i navigatori io posseggo e amo tantissime cartine turistiche. Per me sono un vero e proprio culto. Di mia madre invece non so che dire se non che mi sono sempre sentito oppresso e scoraggiato da lei: una autentica fonte di profonda depressione. Mio padre al contrario, pur essendo a volte eccessivamente severo (era un magistrato) e' stato sempre capace di parlare con noi e di darci tanti insegnamenti sia filosofici che pratici. Mia madre in definitiva si e' sempre occupata del suo patrimonio di famiglia ereditato dai miei nonni, che ancora oggi tiene saldamente nelle sue mani, oltre che occuparsi di fare dei bei lunghi sonnellini tutti i santi pomeriggi. Lei non ha mai lavorato ne' cucinato un granche'. Mio padre era un magistrato e ha fatto un lavoro stressante e di grande responsabilita', e ci infondeva entusiasmo, ci ha fatto viaggiare per tutta Europa e Medio Oriente, era sempre curioso di tante cose, e con lui parlavamo tantissimo. Mia madre non e' mai stata nessuno e possiede tanti beni. Mio padre non aveva intestata neanche la casa e ci lascio' la sua auto. Date queste premesse la mia educazione sentimentale stava a zero. Soltanto molti anni dopo io riuscii ad esprimere tutta la mia personalità e la mia affettività. 

Nell'incomprensione di tutti, allorquando tornammo a vivere da Roma a Milano (nell'81, quattro anni dopo la morte prematura di papà) avevo iniziato a lavoricchiare: lavoretti umili non all'altezza del mio presunto "rango" ma che mi facevano sentire finalmente inserito, vivo e vero (e soprattutto con qualche lira in tasca), perchè non ho mai avuto dentro di me la vocazione all'ascesi mistica e spirituale o al ritiro intellettuale tra libri e dischi (come fece ad esempio mio fratello).
Quando iniziò la mia "crisi" ero comunque già cresciutello, non crediate: fate i vostri conti e scoprirete che ero già sulla trentina! Tipo la canzone di Ivano Fossati "limonata e zanzare" per intenderci. 
Sono stato uno dei primi Pony-Express della Milano del tempo dei paninari, della "Milano da bere", dell'ascesa di Craxi e del sindaco Tonioli e poi Pillitteri, la Milano di piazza San Babila all'apertura del primo fast-food, la Milano del "panino giusto", la Milano dove giravano tanti soldi e già tanta coca, la Milano del Made in Italy, della moda e delle griffes. Ho lavorato anche come disegnatore presso un architetto presentatomi da uno zio, studiando nel frattempo con sempre meno convinzione, che già dopo una trentina di esami tra Roma, Genova e Milano e cinque o sei progetti dell'architetto mi stava venendo una terribile nausea di tutte quelle cose, di quei ragionamenti, di quei problemi formali. Sentivo che non era per me menarmela così su quelle cose. Quindi cercai di cambiare aria per non soffocare e per due anni
Milano, la città dove sono nato e poi sempre ritornato
collaborai con certi amici che gestivano le agenzie fotografiche: in pratica facevamo da intemediari ai paparazzi vendendo le foto dei V.i.p. ai vari direttori della stampa periodica di Milano. C'erano insomma 'sti paparazzi, quasi sempre romani d.o.c., di quelli che avevano visto via Veneto e la Dolce Vita, ma non solo, vere facce toste dal pelo sullo stomaco, commandos dell'appostamento, veri Rambo dell'agguato al personaggio famoso, che però avevano bisogno di personaggi come me, non certo una volpe, ma che sfoggiavo un aspetto onesto e un eloquio istruito da brava persona...
Dovevamo andare sotto le redazioni dei principali editori (Rusconi, Mondadori, Rizzoli e altre) prima dell'alba a vendere plasticoni di diapositive in concorrenza l'uno con l'altro e chi si appostava per primo aveva più chances di vendere. Tra l'altro bisogna dire che la gran parte dei "grossi" scoop già allora avvenivano tramite accordi e patti già stipulati tra il personaggio da paparazzare, i fotografi e spesso anche gli stessi direttori che compravano le foto.
Ci appostavamo in via Vitruvio dal direttore di "Gente" Sandro Mayer, o da Silvana Giacobini di "Gioia", o ancora in via Rizzoli da Occhipinti e Willy Molco di "Oggi". Ah, poi c'erano "Eva Express" sempre nella cattolicissima via Vitruvio e "Novella 2000" dalla più laica Rizzoli, poi la Mondadori a Segrate con "Epoca" e "Intimità" e poi le Edizioni Universo col gentleman Tagliati alla guida di "Grand Hotel" e Paolo Mosca che dirigeva un settimanale per adolescenti pieno di foto di ragazzine seminude... e poi in San Babila la Cino del Duca con quello squallidissimo "Stop" in bianco e nero, insomma quei giornali che si trovavano dal barbiere. Voi non avete idea di quante decine o centinaia di milioni di lire di allora i direttori erano disposti a spendere per alcune di 'ste foto. Una cosa inimmaginabile se non si è vista di persona.
Non dico che guadagnassi un vero stipendio, tantopiù che lavoravo in nero, ma almeno mi sentivo "vivo" in mezzo a quella strana gente dove di soldi ne circolavano parecchi. Mi ricordo che a volte capitava che il capo dell'agenzia ci portasse tutti improvvisamente la sera a festeggiare qualche buona vendita in un ristorante. Una volta  partimmo da Milano tutti insieme e andammo fino a Fregene a mangiare linguine alle vongole coi paparazzi romani in uno di quei ristoranti frequentati dalla gente di Cinecittà: che tipi incredibili e che racconti! E che buone le linguine!
Lo studio non l'avevo trascurato affatto, tanto è vero che i miei bei 28 esami di Architettura, a Roma, Genova e Milano, li avevo pur dati fin lì, e con una discreta media, ma mi interessava sempre meno ciò che studiavo e capivo di non essere introdotto socialmente nel modo adeguato, sentivo chiaramente dentro di me che non avrei mai fatto tanta strada.
La crisi in me c'era e la sentivo crescere, insieme alla mia instabilità emotiva, figlia di una tarda adolescenza repressa, e ad un notevole logoramento nervoso. Vogliamo metterci gli inguaribili sensi di colpa dovuti all'educazione cattolica? Eh mettiamoceli allora!
In quel periodo, sentimentalmente immaturo nonostante l'età, mi presi 2 o 3 cotte per ragazze diverse, ma tutto si concretizzava sempre in un bel nulla, se non in esplosioni ormonali senza futuro. Questa fu forse la goccia che fece traboccare il vaso, come si dice. La mia educazione sentimentale stava a zero. La mia autostima pure. Non sapevo esattamente a quale specie animale appartenevo, neppure se ero una bestia di terra, mare o cielo...
Siamo ormai alla vigilia del mio storico viaggio e di cose ne ho tralasciate parecchie, altrimenti non basterebbe lo spazio. La mia pressione interiore si alzava, il senso di intolleranza totale per la vita che facevo cresceva ogni giorno, in più si aggiunse il fatto che mia sorella era praticamente fuggita per motivi analoghi ai miei,  comprensibilissimi, con un cicloturista tedesco conosciuto un'estate a Rapallo.
In una fredda mattina di primavera, come ce ne sono tante a Milano, quando la pianura padana non riesce ancora a scrollarsi di dosso il pesante inverno spesso nevoso, ideai il mio piano di salvezza. 
La pianura padana.
La lombardia , quando si avvicina la primavera è uno spettacolo della natura. Tutti pensano al cemento, all'inquinamento di quasi 10 milioni di abitanti (tanti quanto una media nazione europea) alle fabbriche (sì negli anni '80 ancora ce n'erano!) o alla fitta rete di strade e ferrovie, ma nessuno sa che c'è ancora, inaspettatamente, una prepotente natura, supportata da una enorme quantità di acqua di superficie e sotterranea, che fa esplodere boschi, campi e valli, di un verde smeraldo intenso, da una settimana all'altra. Boschi, campi, collinette, canali con le loro chiuse e le antiche opere di imbrigliamento, fiumi grandi e piccoli, diventano luoghi d'incanto. Ma persino gli alberi in città, e ce ne sono tanti, sono stupendi. Chi era quel poeta che diceva: "la Lombardia che è bella quando è bella", non lo ricordo, ma aveva proprio ragione. Un tale verde io l'ho visto solo qui, basta uscire appena dalla metropoli (Milano non è mica una metropoli vera come Roma, è solo un paesotto un po' obeso e malcresciuto come sono tutti i borghi del nord). Io ho vissuto a Roma per 17 anni (papà fu trasferito lì che avevo 5 anni) e ne ricordo la maestosa bellezza, il clima e i pini marittimi. Poi ero spesso al mare in Liguria, terra verdissima, ma il verde della pianura padana è qualcosa di particolare. Unica pecca la pesante, umida afa estiva.
Si era dunque quasi in primavera, forse era aprile, quando una sera ho avvertito chiaramente che dovevo dare un taglio a tutto e a tutti, e proprio come un automa privo di emozioni, ho preparato uno zainetto piccolo, giusto il necessario, e la mattina presto, invece di andare al lavoro avrei lasciato due o tre biglietti in giro e sarei...sparito per sempre.
Volevo sparire, diventare trasparente, non rispondere più a quelli che mi chiamavano e mi cercavano solo per esigenze loro, per bisogni loro, per primi mia madre e i miei fratelli a cui facevo spesso e con entusiasmo da autista, fattorino, meccanico, giardiniere, imbianchino, aggiustatore di tapparelle ecc...ecc... A nessuno importava cosa provavo dentro di me, il forte disagio che vivevo. Ancora oggi che abbiamo tutti più di cinquant'anni, nostra madre ottantenne ci tratterebbe ancora così, se dipendesse da lei...
La mia amata Liguria.
Dormii benissimo quella notte, anche perchè ero stanco, altrimenti sarei sparito la sera prima, e al mattino molto presto presi le chiavi della mia 2cv e quelle della casa di Rapallo. meglio andare per gradi. Non ricordo se ho incontrato mio fratello nel corridoio, forse gli dissi frettolosamente che andavo a studiare al Politecnico. 
A Rapallo non so quanto sono rimasto: andavo quasi tutti i giorni in giro per i posti che amavo di più, angosciato dal fatto di avere pochi soldi in tasca, ma quasi non mangiavo. Avevo bisogno di ossigeno e calma interiore. Spesso ero sulla spiaggia ferrosa di Riva Trigoso, vicino al cantiere, deserta, a meditare, concentrato egoisticamente e volontariamente su me stesso guardando il placido mare e le nuvole.
Erano belle giornate, non pioveva mai, gironzolavo per i portici di Chiavari presso la cui Pretura anni addietro mio papà aveva meditato più volte di farsi trasferire per trascorrervi tranquillo gli ultimi anni di lavoro e godersi poi la pensione, senza immaginare che sarebbe morto così prematuramente a 55 anni d'età!.
A volte prendevo la via Aurelia, che conosco come la mia mano da Ventimiglia a Roma, e andavo a Genova nel centro storico, quello delle canzoni di De Andrè, oppure mi fermavo a Camogli dove anni addietro ero stato fortemente shockato da una storia sbagliata.
Un giorno mi sono ricordato improvvisamente di un amico conosciuto l'inverno a Milano in una birreria insieme a mio cugino e ad altri. Un' amicizia recente, lui un tipo singolare, di un paio d'anni più giovane di me, fumatore accanito di pipa, appassionato d'Irlanda (un precursore di quella moda del cavolo"per-tutto-ciò-che-è-celtico" che si affermerà qualche anno dopo) e soprattutto, cosa per me intrigante, era illustratore presso lo studio del padre. Gli telefonai a Milano proponendogli di andare a stare da lui in gran segreto in preparazione di un mio "viaggio in bicicletta fino in Portogallo"...che grande idea!. Perchè il Portogallo? Non lo so, era l'estremo occidente d'Europa, l'oceano che non avevo mai visto. Lui rispose che si poteva fare benissimo e dunque decisi di tornare a Milano e andare a trovarlo nella casa dove viveva da "single". Il soggetto mi accolse sicuramente con entusiasmo all'inizio, trattandosi di un tipo molto solo, vittima anche lui a suo modo di una famiglia borghese come la mia. Beh, comunque a questo insicuro amico gli ho anche voluto bene, riconoscendo in lui parte della mia esperienza emotiva, e gli devo molto per l'ospitalità che mi offrì in quei giorni. Durante il mio esilio volontario feci cose strane e improbabili: sbronze mai viste insieme all'amico, poi mi rasai a zero i capelli, e mi lasciai crescere una folta barba (sarebbe stato un vero scandalo per mia madre e lo è tuttora) e poi vissi l'ennesimo flirt sbagliato con una ragazza.
Quando fui pronto, e passò qualche settimana, feci un passo molto doloroso ma necessario: vendetti per Lire 3.500.000 la mia povera Citroen 2cv che non aveva nessuna colpa se non quella di avere un padrone così stronzo! Poi ricordo che ritirai il passaporto che avevo richiesto alla Questura non senza eccitazione (ma dove diavolo volevo andare? Già allora sarebbe bastata la Carta d'Identità) e feci un bel biglietto ferroviario Genova-Portbou.
Genova, o si odia o si ama: io la amo.
Nel frattempo non mi ero fatto più sentire da nessuno nè per telefono nè per lettera. 
Quando tornai a Rapallo era già scoppiata la primavera: quale periodo migliore per pianificare i viaggi? E difatti stavo proprio bene, quasi ridicolo nei panni di un grande "esploratore-atleta" che parte per lidi lontani. Quanta energia che avevo, se ci penso oggi che sono un 55enne mi vengono i brividi! Se solo avessi oggi tutta quell'energia in corpo...comunque l'idea non era proprio proprio tutta mia, mi ero fatto influenzare anche da mia sorella che girava qua e là col suo cicloturista tedesco e che approvava questa mia storica impresa di tagliare ogni cordone ombelicale. L'energia stava per esplodere, il giorno si avvicinava, mi procurai una tenda ultraleggera e mi organizzai uno zaino davvero essenziale, in vista dell'acquisto di una bicicletta appena arrivato in Catalogna. Ricordo ancora di aver comprato mesi prima a Monaco di Baviera, dov'ero stato qualche giorno con la sorella e il suo tipo (l'ultimo viaggio della Nicoletta) una cintura in pelle con cerniera interna dove stipare tutti i miei risparmi (e chi parlava allora di carte di credito o bancomat?).
La stazione di Portbou com'è oggi, coi treni moderni.
Il giorno che aspettavo il treno alla stazione di Genova Porta Principe me lo ricordo bene. Tutta quell'energia sembrava essersene andata, lasciando il posto ad un gran magone e basta. Ma mi bastò balzare sul predellino di quel rapido internazionale per ricominciare a star bene e a respirare profondamente la mia "libertà". Altri giorni sarebbero venuti più avanti in cui mi sarei ritrovato da solo a piangere nella mia tenda. Passò un giorno e una notte senza dormire e mangiando solo un panino, forse, ma il viaggio fu piacevole. Era zeppo di ragazzi da ogni parte, i posti che attraversavamo li conoscevo per esserci già passato varie volte, la Costa Azzurra, Nizza, la Camargue, la grande Marsiglia più araba che europea, Aix-en-Provence, Monpellier, Perpignan e poi finalmente Portbou alle porte della Catalogna, dove i Pirenei digradano dolcemente nel Mediterraneo. A Portbou a quei tempi si cambiavano ancora le ruote delle carrozze ferroviarie, perchè la Spagna, uscita da otto anni appena dal suo isolamento e dalla dittatura,  aveva ancora uno scartamento diverso dallo standard europeo, così come si usava anticamente per motivi difensivo-strategici. L'operazione era assai buffa, i vagoni venivano alzati con un sistema pneumatico e i carrelli cambiati. Poi si poteva entrare in Spagna. Ma tutta la penisola iberica stava vivendo già un periodo di progresso inimmaginabile. E noi in Italia avremmo presto smesso di darci tante arie, rimanendo inesorabilmente indietro. Sceso a Barcellona in una stazione sotterranea già modernissima iniziai a consumare le mie comodissime scarpe "Coq Sportif", le uniche che mi ero portato dietro.  
Le "Ramblas" a Barcellona.
Giravo felice dappertutto in una giornata radiosa, senza sentire alcuna stanchezza, tutto era bellissimo, rividi tutti i posti in cui ero stato con i miei, le Ramblas, il mercato coperto, il porto, la statua a Cristoforo Colombo ecc...era la fine di maggio, avevo 31 anni (anche se tutti me ne davano non più di 25) tutti i dubbi erano passati e decisi anche di spendere dei soldi per prendere la funivia per il Tibidabo! Rispetto a pochi anni prima notai tutti i cartelli segnaletici che sfoggiavano la dicitura bilingue in catalano e castigliano (Centro Ciudad - Centre Ciutat ecc... ) cosa impossibile durante il franchismo finito dieci anni fa...
Verso sera avevo già macinato kilometri e mi informai su qualche campeggio. Mi indicarono la zona di Prat de Llobregat lungo la strada costiera a sud della città, e la raggiunsi a piedi percorrendo una tale distanza che quando rivedo le mappe oggi mi domando come diavolo ho fatto! E perchè non ho preso un autobus?  Ma ero molto calmo, sereno e divertito e le mie Coq Sportif dovevano essere davvero comode e "veloci".
La persecuzione delle "madeleinettes".
A Prat c'era uno smisurato campeggio sotto una grande pineta, quasi vuoto. Girai un po' dopo aver lasciato il passaporto in Reception ed attraversai un enorme sala ristorante che sembrava progettata per colonie estive di altri tempi, quasi un ambiente "sovietico" per la sua sobria funzionalità, talmente grande da sembrare il set di un film. Tantissimi blocchi di cemento spartani di impianti igienici si trovavano qua e là sotto la pineta e tutto sembrava tanto più assurdo in quanto c'ero solo io e qualche sparuto gruppo di tedeschi, olandesi e inglesi in moto, avanguardia delle orde estive che, come da noi a Rimini, si sarebbero di lì a qualche giorno abbattute sulla zona. Il mare era tipo Ostia Lido, verdastro e pieno di cavalloni, e mi ci buttai con piacere dopo tanto camminare. Poi feci una lunga doccia calda, mangiai due panini che avevo comprato alla stazione e trovai un posticino ombreggiato nella pineta non troppo lontano dalla spiaggia dove montare la mia mini-canadese ultraleggera. Dopo un sonno tranquillo, aiutato da un paio di birre, al mattino, quando i motociclisti si preparavano per partire andai in quell'enorme assurdo refettorio dove c'era cafè con leche in abbondanza ma da accompagnare solo con dei plum cakes del tipo che noi chiamiamo "madeleinettes", non so se avete presente. Questa dei plum cakes siffatti a colazione fu una cosa che mi perseguitò per tutto il tempo che rimasi nella penisola iberica. Non so perchè ma non mi riuscì mai di trovare qualcos'altro!
Lì a Prat de Llobregat sono rimasto tre giorni forse, a rilassarmi e organizzare le idee. Ne avevo bisogno. Provai anche a intrecciare quattro chiacchiere in basic english, francese o in italiano/castigliano ogni tanto con qualche forestiero come me o con personale del luogo, ma tutti per la verità sembravano distratti e non feci grandi amicizie. Cominciavo già a sentirmi un po' solo. Questo genere di viaggi non va fatto mai da soli, già questa era stata un po' una bischerata da parte mia, e me ne rendevo conto. Del resto, pur avendo molti difetti, io non ho mai mancato di volontà e forza d'animo, e anche la solitudine cessò presto di spaventarmi perchè mi sorprendevo spesso a parlare da solo come un cretino, ma mi sentivo comunque molto lucido e concentrato, così come si è quando non si è distratti da niente e da nessuno e si è determinati in quello che si sta facendo. Anzi questa mia concentrazione mi fu utile in molte circostanze, consentendomi di non perder tempo inutilmente e di mantenere, pur non avendo alcuna fretta, una certa tabella di marcia e una certa regolarità nelle mie giornate.
Saragozza sull'Ebro.
Una mattina decisi che era giunto il momento di procurarmi una bicicletta per iniziare il "vero" viaggio che mi ero convinto di voler fare: girai per il centro dopo essere tornato a Barcellona (questa volta in autobus). Non trovai subito nè un negozio di biciclette nè un centro commerciale, che non ce n'erano all'epoca (anche da noi non erano tantissimi allora). Poi vidi l'insegna di un centro giovanile per il camping o qualcosa di simile e andai a chiedere informazioni. Una signorina bionda molto graziosa con quell'irresistibile accento spagnolo che a noi italioti ci fa impazzire, mi chiese con dolce e sensuale eleganza cosa cercassi! Non ricordo cosa le dissi, ma mi proposi segretamente, quando la salutai, che sarei tornato a trovarla! Ma non fu così, perchè il giorno stesso trovai un rivenditore Peugeot, tradii subito la bionda con una dolce francesina dal telaio celeste misura 28" (la pagai circa 250.000 lire di allora) e partii finalmente per la mia "Vuelta Loca".


Questo fu solo l'inizio. E stavo bene, sia fisicamente che moralmente, non pensavo neanche più a Milano, alla vita che avevo lasciato e a tutti i sensi di colpa che mi avevano accompagnato per tutti quegli anni. Mi ero proposto di seguire la via "interna" e cioè raggiungere il Portogallo, che non avevo mai visitato, per vie interne, secondo una rotta ideale Barcellona-Saragozza-Guadalajara-Madrid-Toledo-Badajoz o in alternativa Càceres e poi direzione Setùbal-Lisbona. E questa rotta la rispettai abbastanza bene fino alla fine. Ma c'era tanta di quella strada da fare!!!
Se ripenso a quello che ho rischiato non lo rifarei. Dormivo sempre dove mi coglieva il buio, fermandomi nei campeggi che trovavo solo ogni 3 o 4 giorni, per lavarmi e lavare i miei indumenti e magari fare un pasto un po' meno frugale. Per il resto qualsiasi bosco o luogo appartato lungo le strade statali o provinciali andava benissimo, e che dormite! Il continuo moto fisico mi procurava quasi un a sorta di ubriachezza euforica. Pedalavo o camminavo ritmicamente quasi drogato, a volte cantavo come un deficente.
La valle dell'Ebro l'ho attraversata velocemente con le energie fresche e forse in 4 giorni arrivai a Saragozza passando per Lerìda (o Lleida, in catalano). Era pazzesco per uno senza allenamento che mangiava poco, ma mi guidava la mente! Quante testimonianze della Guerra Civil lungo la strada! Quella maledetta guerra che fu prova generale del secondo conflitto mondiale e del suicidio dell'Europa...
Vista della Valle dell'Ebro.
Ricordo un bel campeggino nel verde dove mi sono lavato e rifocillato per 2 giorni facendo anche un bucato a mano con la poca roba che mi ero portato. La notte era un po' più fresca, anzi quasi fredda, ma io il freddo non l'ho mai temuto nel mio sacco a pelo. Ho sempre saputo sbrigarmela nelle cose pratiche fin da ragazzo: pur vivendo in un discreto agio siamo stati educati ad una vita sobria e per certi versi assurdamente spartana. Questo fa comodo ai genitori che non vogliono sentire capricci. Ma non sono capricci in realtà, se rientrano in una certa fisiologia, è solo un modo sano e materialista di rivendicare il proprio posto in un mondo che non è affatto un ritiro spirituale o un convento di Orsoline! E' un modo per tirare fuori la propria sacrosanta personalità e il proprio carattere!  I genitori della generazione dei miei avrebbero voluto vedere i figli sempre obbedienti e chini sui libri, per propria tranquillità, e per coltivare un malcelato senso di aristocrazia culturale che infondo li rassicurasse egoisticamente, allontanando i figli dalle sporche lusinghe materiali della vita. Papà per la verità era un po' più "terreno" di mia madre, e a me insegnò anche cose pratiche, perchè probabilmente capiva che ero l'unico dei tre figli che lo seguiva. Quando lui faceva qualche lavoretto in casa o sull'auto io osservavo e imparavo. Cose del tipo cambiare serrature, aggiustare tapparelle, imbiancare, cambiare l'olio alla macchina o addirittura sostituire una ruota forata in autostrada senza chiamare subito l'Aci come fanno tutti i giovani d'oggi! E tante altre cosette ancora. Altro che Ginnasio e Liceo classico, altro che letteratura francese e filosofia! Magari esser nato in una famiglia operaia o contadina, pensavo...
Fontanile come quelli che trovavo lungo la strada.
Saragozza non la girai tanto, dieci anni prima vi era morto d'infarto il mio povero papà durante una vacanza nel '76 e il ricordo non era tanto bello. Una mattina appena sveglio mi misi in marcia senza neanche fare colazione. Non erano passati tantissimi giorni da quando ero partito da Genova, ma già mi parevano mesi ed ero ansioso di raggiungere la mèta. Pedalavo allegramente. Le salite le facevo a piedi, bici alla mano, e mi sentivo quasi ubriaco di moto e di libertà. Quella sera senza accorgermene devo aver fatto anche 40 kilometri che sono davvero tanti, tanti! Mi accampai vicino a un boschetto dove la strada iniziava già dolcemente a salire. La notte scoppiò un gran temporale, il rumore dei tuoni era fortissimo e mi svegliava di continuo. La bici la lasciavo fuori legata ai ferri della tenda, così che se qualcuno l'avesse afferrata avrebbe scosso la stessa e mi avrebbe svegliato, mentre la ruota anteriore la smontavo e me la portavo dentro a nanna con me (consigli del cicloturista tedesco). La cintura coi soldi l'avevo sempre in vita, solo l'allentavo appena un po'. Al mattino tutto era bagnato ma c'era un bel sole, avevo fame perchè mi ero scordato di cenare la sera prima. Vedete quanto ero abituato a vivere di sola ascèsi mistica e spiritualità? Che senso di purezza quando mi misi di nuovo in marcia, lo stomaco mi dava del coglione, ero quasi un allievo di un Guru indiano, chissà che faccia avevo. Ricordo l'incontro con una casettina abbandonata (ne incontrerò parecchi di questi manufatti) sul cui ingresso chiuso da assi inchiodate campeggiava la grossa scritta "Camineros" (i peones camineros che sarebbero i nostrani Cantonieri dell'Anas) e lì accanto un bel fontanile per abbeverare il bestiame: che acqua fresca e limpida! Mi ci tuffai letteralmente anche perchè ridendo, scherzando e pedalando si era già nel primo pomeriggio e cominciavo a sentir caldo.
Mi asciugai e mi stesi sul pratino accanto alla casetta. Di auto non se ne vedevano molte in giro, tranne qualche rara vecchia e robustissima Renault 4 di gente locale. Quante ce n'erano nella penisola iberica in quel periodo! Così tante se ne vedevano ancora in Toscana negli anni '90, era la classica auto economica, spaziosa e "tout terrain" del contadino. L'ideale per uno spartano come me che più che la vecchia Peugeot di papà o la Dyane o la 2cv non aveva mai guidato. Non sono nato per guidare una Porsche o una Maserati, proprio per carattere e educazione, forse sono nato per vestire il saio di una confraternita di frati atei, agnostici e razionalisti...mi dicevo mentre guardavo il cielo steso su quel pratino come uno zerbino al sole.... Fu la prima volta che quasi piansi al ricordo della Citroen che avevo appena venduta. Come mi avrebbe fatto comodo in un viaggio così. Ero già stanco? Può darsi che la fame mi stesse regalando delle visioni!
Ad un tratto ecco un rumore e un respiro forte e ansimante che mi riportò alla realtà: un cavallo baio, svestito, con la sua capezza di stoffa rossa in testa, guardava me e la mia bici. Forse era stato attirato dal fontanile, ma cosa ci faceva lì pericolosamente vicino alla strada? Doveva essere sicuramente un fuggiasco che avrà rotto col petto una vecchia staccionata logora e secca! Il primo istinto fu di afferrare dolcemente la capezza ma era molto nervoso e si allontanò quasi fremendo. Speriamo che non abbia fatto qualche brutto incontro. Io sicuramente non potevo fare altro per lui anche perchè non avevo nessuna corda con me, poi non mi pareva che nelle vicinanze vi fosse qualche altra casa. Chissà quanta strada aveva fatto.
Ho sempre avuto dimestichezza istintiva coi cavalli, pur non avendo mai frequentato scuole di equitazione so montare discretamente grazie anche a mio padre che un paio di estati in val Badìa, lui che era stato sottotenente dei Carabinieri, volle insegnarci qualche rudimento, ed io, come al solito, dotato per le cose pratiche, appresi in fretta e bene. 
Quando abitavo a Roma, frequentando le "migliori scuole di preti" mi capitò di conoscere qualche proprietario, che allevava anche cavalli e quel mondo un po' mi affascinava. Anzi per un paio d'anni mi prestai di tanto in tanto con mia sorella alla dilettantistica assistenza in arbitrati in alcune gare di Cross Country organizzate da conoscenti che abitavano appena fuori città.
Intanto sentivo che il caldo aumentava sempre di più e man mano che "spoggettavo" lungo quella strada provinciale, mi rendevo conto che stavo probabilmente passando da una zona climatica ad un'altra. Uscivo dalla valle dell'Ebro e percorrevo ora forse un altipiano, non proprio una pianura. Ora il traffico si faceva più intenso e dovevo stare attento, pensavo a quel povero baio dai lineamenti fini, sperando non fosse finito male.
Ma dopo 4 o forse 5 kilometri entrai in crisi.
Non ce la facevo più. Perchè non mi ero portato del cibo? Non si vedevano paesi in vicinanza, ed anzi, stando alla mia cartina il prossimo centro distava ancora parecchio. Lo scenario naturale era a tratti incredibile: bassi cespugli di vite erano disseminati in modo regolare e si alternavano a qualche ulivo. Veri e propri canyon si aprivano improvvisamente e pinnacoli di antiche erosioni preistoriche facevano pensare a scenari americani dove orde di Cheyennes potevano piombarti addosso da un momento all'altro. In effetti in quella zona furono girati parecchi film anni '70 della serie "spaghetti-western".
Arrivai a Calatayud, grosso centro dell'interno della provincia di Saragozza, che era quasi sera, con in testa una maglietta bianca per ripararmi dal sole (perchè non avevo portato un cappello?) e dovevo sembrare proprio un beduino colla mia faccia dinarico-caucasica un pochino abbronzata e la barba lunga. Trovai subito un emporio con all'ingresso una di quelle tende di fili di plastica antimosche un po' sporche ed unticce come si usano anche da noi, e avidamente mi procurai l'agognato cibo: del profumato cacio locale che mi sembrò divino, del "jamòn serrano" buono, ma un po' rancido al gusto rispetto ai prosciutti italiani, un bottiglione da 2 litri di coca cola e altro che non ricordo. Il lauto pasto lo consumai in città su di una panchina, accanto ad una fontanella d'acqua e ad un cestino dove civilmente riponevo gli scarti del mio banchetto. Che fame che avevo, altro che fare l'asceta indù, decisi che avrei dovuto fare pasti regolari sennò altro che arrivare a Lisbona, mi sarei fermato molto prima. Poi per rilassarmi e fare il punto mi misi a contemplare la mia cartina del territorio. Mi sono sempre piaciute le cartine geografiche. Ancora oggi che esistono i navigatori stellitari non potrei far e a meno di possederne qualche decina di tutta Europa. E' una vera passione da quando ero ragazzo. Voglia di libertà, voglia di viaggiare, chissà, avrei potuto benissimo fare la vitaccia che fanno gli autisti dei bus turistici. Mi sarei anche divertito... e magari oggi mi godrei quella tranquilla pensione che probabilmente non vedrò mai...
Saranno state le sei del pomeriggio ormai e mi sentivo rifocillato ma stanco, in più quell'aria di città un po' mi metteva agitazione perchè non vedevo un posto dove avrei potuto appartarmi per la notte. Chiesi di campeggi ma mi risposero che quello che c'era doveva essere ancora chiuso. Decisi allora di tornare un po' indietro, quel che bastava per uscire dalla città e trovai una valletta verde dove ero già passato con un bosco che faceva al caso mio.
Il castello del Cid Campeador, presso Guadalajara.
Fortunatamente dormivo bene e mi svegliavo riposato. Una volta radunate le mie poche cose ritornai a Calatayud in quell'emporio tabaccheria bar del giorno prima e vi feci colazione trovando insieme al cafè con leche le solite madeleinettes, che loro chiamavano "madelenas" o qualcosa del genere, e approfittai del bagno per rinfrescarmiper bene. Avevo con me ancora molto formaggio e pane tipo casareccio che mi sarebbe servito lungo il cammino in caso di crisi. Attraversando la città mi parve a tratti anche carina, con quel fiume che la attraversava, il Rìo Jalòn, e i tanti ponti antichi e moderni. Le colline però erano arse e brulle. La campagna spagnola ha questo di diverso dalla nostra, che è molto più brulla e selvaggia, meno lottizzata in piccoli poderi e meno "antropizzata", almeno nell'interno, come se si fosse rimasti a duecento anni fa. Forse deriva dal fatto che c'è sempre stata meno densità di popolazione e più latifondo, diverse politiche agricole rispetto all'Italia. Poi la coltivazione delle viti era ed è particolare, come da noi sulle isole ventose, a cespugli bassi e non a filari. Di filari ne vidi qualcuno ma erano rari. Anche gli ulivi erano disposti in ordine geometrico su territori sconfinati, dal respiro quasi "americano", e che belle le nuvole che spesso punteggiavano il cielo nell'azzurro fino all'orizzonte.
Camminavo a piedi tranquillamente, non avevo alcuna fretta, cercavo di godermi la vacanza tanto desiderata. Ma poi inaspettatamente un malumore, l'ansia, la stanchezza e la sfiducia tutte insieme a tratti piombavano su di me. Perchè mi sentivo così? Lo ripeto ancora: probabilmente perchè ero troppo solo e non potevo condividere le mie emozioni con nessuno, o forse era la tensione di passare dei giorni così accampato qua e là. Non fu un bel momento. Penso che ad ogni viaggiatore solitario capitino momenti così. Uscii dalla città, in lontananza c'era anche un'autostrada che probabilmente portava  a Madrid. Perchè non avevo la mia 2cv? perchè l'avevo venduta? Non mi sarebbe costato poi tanto quel viaggio in auto, la mia Citroen consumava pochissimo coi suoi due cilindri che facevano il rumore di un frullino Moulinex al limite della rottura... vabbè, un momento di scoramento.
Fu proprio allora che scorsi un cartello segnalatore, un piccolo, insignificante cartello segnalatore abbarbicato a un grigio palo dell'illuminazione stradale che mi tirò sù di morale: c'era stampata sopra una tendina stilizzata e la inequivocabile dicitura "camping", e tanto bastò a farmi mutare completamente d'umore. Oltre alla tendina e alla scritta c'era un rassicurante " a 1 Km" che bastò a farmi addirittura sorridere!
Come basta poco a un pover'uomo in balìa delle emozioni per stare meglio. Che gioia vedere la piccola bàita di legno della Reception e la sbarra a righe bianche e rosse dell'ingresso, improbabile frontiera verso la rilassatezza, che sollievo vedere tutte quelle tende, roulottes e camper con tutti quei turisti e le brutte casettine allineate delle docce! Che bello sentire quell'odore rassicurante di shampo e latrine tutto insieme! Ora non ero più un barbone solitario ma facevo di nuovo parte del mondo degli allegri turisti in gita! Che bello, che senso di appartenenza appagante. Che carattere di merda che avevo...
Mi sentivo un'altro, per l'appunto non più un poveraccio che avrebbe dormito alla stazione, preso a calci dalla Polizia, ma un gaio cicloturista pieno di entusiasmo, conscio del suo perfetto gesto atletico, colmo consumata perizia, preciso intento e salda determinazione... lassàmo pèrde và, che è méjo...
Quando mi fui sistemato iniziò a piovere. Questo fatto della pioggia pomeridiana mi accompagnerà d'ora in avanti per tutto il viaggio. L'ora canonica era sempre dalle quattro alle cinque del pomeriggio. Nella mia tendina ci rimasi altri 3 giorni e mi riposai. Chiacchierai con qualcuno, feci il punto della situazione e mi liberai anche di cose che secondo me non mi servivano, lasciandole in bella evidenza qua e là in modo che le prendessero altri. Ecco, questa era proprio una mia manìa di purificazione. Che strano tipo che sono. Una sera fui coinvolto da alcuni inglesi in una serata davanti al fuoco con birra e ne approfittai per chiedere curioso che mète avessero e qual'era la loro strada. Molti andavano proprio a Madrid e Toledo poi avrebbero proseguito a nord per Salamanca, altri a sud verso le spiagge o per Siviglia e Granada, mentre io ero quello che con malcelato orgoglio puntava ad ovest, alla Lusitania, all'oceano Atlantico... sì, ad ovest di Paperino, a trovare Qui, Quo, Qua e Nonna Papera...
Quella sera pensai con nostalgia agli ultimi baci che avevo dato ad una ragazza, l'ennesima storiella senza futuro. Ogni volta che ho baciato qualcuna credevo sarebbe stato per sempre. Ma che razza di educazione avevo mai ricevuto fino alla soglia della trentina???Quando ero partito lei non si era stracciata le vesti o cosparso il capo di cenere... forse era meglio che io fossi adesso lì dov'ero, ai confini dell'Aragona puntando alla lontana Lusitania. Molto meglio.
Scenario quasi "western" nei dintorni di Calatayud.
Alcuni dei ragazzi con cui avevo passato la serata mi dissero che avrebbero preso il treno per Madrid il giorno dopo ed io fui subito subdolamente influenzato da questo semplice dato tecnico. Talmente influenzato che non ci misi molto a tradire il mio ruolo di cicloturista incallito e il giorno dopo avevo anch'io in mano un biglietto per Madrid-Atocha con bici al seguito. Al diavolo!.
Il treno era buffo. Era una carrozza pullman tipo americano. Oggi anche da noi le carrozza pullman, quelle senza scompartimenti, sono la norma, ma allora erano rare, riservate ai rapidi per uomini d'affari, tipo il Settebello. Questo treno della RENFE (Red Nacional de Ferrocarriles) era comodissimo con dei sedili enormi, ma non era un rapido di lusso, al contrario, anche se c'era la TV a colori! Rividi "El planeta de los simios" con Charlton Eston, versione americana sottotitolata in castigliano. Poi ad ogni fermata una suadente voce femminile ti informava sulla località dove ti trovavi e sulle eventuali coincidenze, e passavano spesso addetti con carrelli bar per un caffè. Solo che nonostante l'aspetto questo treno era di una lentezza esasperante, a volte comica, e per arrivare a Madrid ci sono volute forse 4 ore. Ecco perchè il lusso della TV a colori. Alcuni turisti inglesi scherzavano su questo fatto, ma il tutto aveva il sapore di un'avventura quasi sudamericana...
Passando dalla zona di Guadalajara, ormai alle porte della capitale, vidi in lontananza anche un castello che mi dissero fosse stato quello del Cid Campeador, leggendario eroe della Reconquista dell'anno mille. Arrivammo comunque nella capitale di Spagna in perfetto orario. Ricordo la bellissima stazione di Atocha (altro che stazione Centrale di Milano) piena di negozi e boutiques, bar e fast food di ogni genere, e passaggi sotterranei che ti collegavano ad una modernissima rete metropolitana. Questa era la Spagna "arretrata" che bussava alle porte d'Europa col cappello in mano? In Italia queste cose sono apparse solo vent'anni dopo!
Madrid, bellissima capitale europea.
Ricordo la Calle de Atocha leggermente in salita e la grande passeggiata di tantissimi studenti e gente elegante. Poi c'era la stessa aria gaia e spensierata che si può trovare in Francia e tanta voglia di vivere insomma. La Spagna di quegli anni stava camminando veloce, forse per reazione ai lunghi anni di isolamento,  ma sfoggiava anche una grande dignità e orgoglio che mi colpì fin dai primi viaggi. L'Italia invece è un paese profondamente depresso. A parte la crisi economica di oggi, da noi si è sempre respirata un'aria molto più balcanica e levantina rispetto alle sorelle Francia e Spagna. Siamo più simili, con rispetto parlando, alla Grecia o alla Turchia. In più siamo sempre stati afflitti, per motivi storici, da profondi e più o meno giustificati complessi di identità, oltre che da una classe politica di banditi arraffoni (riformisti solo a parole) e da una casta burocratico-amministrativa parassita e improduttiva, che si autotutelano entrambe con leggi "ad hoc". Da noi i cambiamenti sono sempre avvenuti troppo lentamente, proprio come in un paese quasi orientale.
Solo sette o otto anni prima in Spagna c'era stato il colpo di coda un po' da operetta della dittatura: il colonnello della Guardia Civil Tejèro rivoltella in pugno entrava in parlamento. Ricordo l'apparizione in TV dell'ancora giovane Juan Carlos di Borbone che tranquillizzava la Nazione. Ma questo paese stava camminando molto rapidamente in pochissimi anni.
Il centro di Madrid.
La Gran Via, la Calle Mayor, la Plaza Mayor,  dappertutto era affollatissimo e tutti vendevano "helados italianos" (meno male che la gastronomia ci salva sempre...). Quando mi sedetti a riposare su di una panchina in Plaza de Oriente, davanti al Palazzo Reale con la mia bici vicina, venni allontanato un po' bruscamente da alcuni Guardia Civil, forse avevo un aspetto poco ordinato. Andai in un bar a sistemarmi.
C'erano tantissimi turisti da tutto il mondo e la città sfoggiava la sua aria un po' americana coi suoi viali molto larghi, il traffico intenso ma mai congestionato, le piazze spaziose, i monumenti enormi, i palazzi alti e i grattacieli. Una vera capitale. Unica pecca 'ste famose madelenas al mattino, dovunque. Una vera persecuzione. Assaggiai anche le "tapas" e una fantastica e sontuosa paella di terra e di mare. La Cerveza scorreva a fiumi la sera. Notai subito che nei bar spagnoli non c'erano cestini: tutto poteve essere gettato a terra dai clienti, e i gestori passavano ogni tanto a spazzare con lunghe scope a bandiera. Curioso...
Mi concessi una modesta pensione ma in centro. Una mattina telefonai a Milano al mio amico come se fossi stato Hemingway che chiamava dal suo buen retiro in Messico. Il tempo era splendido, il cielo azzurro intenso, le nubi piccole e sparpagliate per l'altopiano e il sole forte anche se per fortuna c'era sempre vento e non subii mai l'afa tipo Milano.
Poi spesi altri soldi ancora e attrezzai la mia bici con un borsone da manubrio con porta mappina stradale (altro che Tom Tom di oggi) e borse laterali sulla ruota posteriore. Basta con quel triste zainetto sulle spalle. Ora ero un vero cicloturista e il Portogallo non mi sembrava più tanto lontano. Il giorno che lasciai Madrid passai dall'arco di trionfo di Puerta de Toledo e mi sentivo nuovamente uno sciocco turista entusiasta di tutto. Però io credo che si debba restare sempre un pò bambini dentro, altrimenti che gusto c'è?
La vecchia Ford Anglia anni '60.
Ora lungo la provinciale il traffico era intenso e circolavano anche tante auto di stranieri, anche qualche italiano.
Ditemi voi dove non si incontrano gli italiani! Li trovi dappertutto, dalla Norvegia fino all'Africa del Sud ed oltre. 
Iniziai anche a vedere qualche auto con targa portoghese. Mentre in Spagna le auto erano, diciamo "vecchiotte", tutte le auto portoghesi che incontravo erano decisamente "vetuste": Ford 17m e 20m, Peugeot 404, Ford Granada, Renault 8 (quelle a forma di saponetta) e con le loro targhe nere in stile britannico sembravano ancor di più delle vecchie signore. La cosa accresceva il mistero e le attese. Anche nei campeggi ne incontrai. Una famiglia addirittura con una veccia Ford Anglia e una roulotte. Ma ve la ricordate l'Anglia? Con la faccetta da ranocchia e il lunotto posteriore inclinato al contrario? Un pezzo da museo degli anni 60 dài! Quest'auto appare anche volando in uno dei film di Harry Potter che mia figlia mi ha costretto a vedere anni fa...Comunque che bella che era l'Europa delle tante varietà e delle differenze marcate. Oggi è tutto un po' troppo uguale, e passando da uno stato all'altro non si avverte più quasi la differenza. Quand'ero ragazzo già passare dall'Italia all'Austria o alla Svizzera o alla Francia sembrava di passare da un pianeta a un'altro. E per l'appunto le targhe delle auto, una delle mie infantili passioni di viaggiatore: ma vi ricordate che differenze di formato, di colori, di grafica, di scuola di pensiero insomma. Un giorno magari farò un bel blog con tutte le foto di targhe che ho collezionato da ragazzo. Ogni paese aveva il suo stile anche in queste piccole cose, figli di una cultura, quella europea, variegata e complessa in cui ogni singolo piccolo o piccolissimo paese aveva combattuto in concorrenza con gli altri per il dominio del mondo. L'Europa che si è suicidata con tante stupide guerre e che invece avrebbe dovuto continuare a illuminare il mondo con la saggezza di una vecchia nobildonna...
Una casa di Peones Camineros abbandonata.
Tutte queste considerazioni stavano passando nella mia testa risonante perloppiù di pigne secche, quando avvertii che il caldo era davvero feroce. Tornò in auge il copricapo da beduino triste (ma proprio non me lo volevo comprare un berrettino) e le scarpe quasi si appiccicavano all'asfalto, giacchè camminavo e non se ne parlava neanche di montare in sella con quel pazzesco falsopiano in salita, quando sembra una pianura e in realtà la strada sale lentamente spezzandoti le reni. Ma continuai di buona lena con la mia brava borraccia d'acqua che riempivo ad ogni fontanella che trovavo. Anche lungo questa strada un sacco di casette di Camineros, alcune ancora abitate e ogni luogo ombroso era mio per qualche minuto prima di riprendere la marcia.
Non si possono trovare le parole per descrivere l'odore intenso dei campi ingialliti dal forte sole, dei papaveri sparsi qua e là tra fiori di campo bianchi, gialli, viola. Anzi tali parole non esistono perchè come si può parlare dell'odore dei sentieri, delle colline ondulate da dove intravedi un panorama immenso e solitario nell'aria bollente ma nitida e ventosa? Tutto fa pensare principalmente a Cervantes e al vagabondare di Don Chisciotte insieme al fido Sancho Panza. Anche l'ombra aveva il suo odore e ricordo il silenzio di quelle campagne scarsamente abitate, un silenzio in cui avverti il rumore del vento e le voci di ogni più piccolo animale. E' un ricordo quasi magico. A parte la magia, ricordo un terribile puzzo che mi perseguitò per un'ora di cammino e che annunciava un povero cane morto schiacciato (probabilmente da un camion) preso d'assalto da avvoltoi rapaci.
Pensavo anche alla rotta da seguire dato che ormai mi sembrava di non essere tanto lontano. Sarei arrivato appunto a Toledo e poi avrei proseguito per la regione Estremadura passando da Mérida e Badajòz, scartando ora decisamente l'ipotesi Càceres che mi sembrava allungare un po' troppo la strada verso nord.
Toledo, arroccata sulla sua collina. In basso il Tago.
Arrivai a Toledo inaspettatamente la sera stessa alle sei circa. Pensavo ci avrei messo di più e invece ecco Toledo sulla sua collina e di fronte l'Alcazàr con dei buffi soldatini che marciavano avanti e indietro sul piazzale. Che bella visione e che soddisfazione per il nostro cicloturista, che ebbe anche l'energia dopo quella calda giornata di inerpicarsi sù per la cittadina. Rispetto ai nostri bei borghi medievali italiani le colline intorno a Toledo sono spoglie e aspre, ma il borgo è bellissimo e mi ricordavo anche le botteghe di orafi che producevano per i turisti quegli strani oggetti di oro e pietra nera e quelle miniature di spade seicentesche come quelle che mio fratello ancora conserva gelosamente. Girai per il centro insieme a tanti turisti scesi dai torpedoni come se fosse la prima volta, e rimangiai ancora della paella turistica, ma buona.
La sera alloggiai nel campeggio locale sotto dei bellissimi ulivi, come se ne vedono da noi in Puglia o in Toscana. Ero di buonissimo umore, il luogo era ombroso, lontano dalla strada, l'aria era fresca e profumata. In più mi sembrava che incredibilmente la metà circa del percorso era ormai fatta. Cosa desiderare di più? L'unica cosa strana era che non riuscivo a fare il conto esatto di quanti giorni erano passati. Ecco perchè tanti tengono un diario di bordo!. Perdi facilmente il senso del tempo viaggiando così a vanvera come facevo io. Ancora oggi quando mi chiedono quanto ci misi e quanti kilometri macinai, io non lo so dire con precisione. Se avessi tenuto un diario (e scattato delle foto) probabilmente sarebbe stato molto ma molto meglio per ricostruire il tutto. Ad ogni modo forse la cosa non era così importante per me allora, avevo altre cose da pensare e altri problemi da dimenticare...
Mi addormentai dopo aver letto ancora le mie mappe. Intorno c'era uno strano silenzio. Mi svegliai che avevo freddo, guardai l'orologio e vidi che era circa l'una di notte e faceva davvero tanto freddo, poi pioveva anche forte, molto forte. Avvertivo anche un senso fastidioso di umidità sotto alla schiena e siccome era molto buio e non c'erano i lampioni accesi cercai la torcia elettrica per vedere se era entrata acqua. Acqua non ne era entrata ma avvertivo come un grosso sasso o una grossa massa che premeva contro un lato della mia minuscola tenda. Mi resi conto subito che era tanto fango bagnato che avrebbe potuto entrare da un momento all'altro. Raccolsi rapidamente le mie poche cose, balzai in piedi portandomi dietro la tenda come impermeabile (del resto i picchetti uscirono dalla terra fradicia come dal burro) riuscii velocemente  a slegare la bici, inserirvi la ruota e, sempre con la tenda addosso come un mantello mi diressi verso la baracca della Reception.
Quello che stava succedendo era che un specie di colata strabordata di acqua e fango stava spazzando tutto il campeggio dall'alto in basso e la colata aveva un'altezza di quasi 10 cm ed era anche abbastanza veloce perchè continuava a piovere molto forte. Con la bici su una spalla e due borse in mano corsi scalzo verso la Reception e vi entrai balzando sulla piattaforma di legno dell'ingresso. Dentro c'era ancora la luce elettrica e non c'era tanta gente. ero stato uno dei primi a mettersi in salvo!
Tutti si guardavano in faccia e guardavano fuori sbalorditi, poi iniziò a entrare davvero tanta gente anche leggermente ferita sul volto, sulle mani e sulle gambe. Poi si sentirono anche dei richiami e delle urla e vidi pezzi di una roulotte rovesciati dall'acqua. Fu abbastanza brutta la situazione, mi rendevo conto che qualcuno stava perdendo tutto in quell'inferno. Non so quanto tempo passò ma c'erano due bambini col loro papà davanti a me che tremavano dal freddo seminudi e dopo un po' anche la luce andò via. Devono essere passate anche 4 ore perchè albeggiò e incominciavano a sentirsi le sirene e i primi Bomberos si avvicinavano.
Fummo fatti allontanare tutti da quella baracca e ricordo che scalzo com'ero avevo paura di ferirmi da qualche parte perchè si camminava con 20 cm di fango sulla stradina del campeggio cercando di andare più a monte guidati dai pompieri. Eravamo tutti talmente sbalorditi che seguivamo gli ordini delle nostre guide come automi, io sempre con la mia tenda addosso, le due borse in mano e la bici sulla spalla sinistra che mi faceva un po' male. Poi ero preoccupato perchè pensavo che mi sarei prima o poi ferito ad un piede continuando a camminare alla cieca.
Ci portarono tutti sulla strada provinciale che era un po' più in alto, ora i piedi gelati poggiavano sul solido asfalto. Poi ricordo che seguirono diverse fasi in cui si fece una specie di appello e vennero restituiti almeno i documenti. Menomale sennò avremmo dovuto andare tutti ai rispettivi consolati a farci dare fogli provvisori e in ogni caso il mio viaggio sarebbe finito lì, anche perchè il trattato di Schengen ancora era nei libri della fantascienza e io avevo ancora almeno un paio di confini nazionali da passare se avessi voluto tornare in Italia.
Molti persero tutto quella notte, alcuni anche la roulotte, ma per fortuna non vennero coinvolte tutte le auto che erano in maggioranza in un parcheggio sulla strada, e poi non vi furono feriti gravi. Un'esperienza comunque abbastanza terrificante per la subdola rapidità dell'acqua. La mia fortuna era stata di reagire in fretta, di non avere tanto da raccogliere e di decidere di saltare subito nella baracca.
Avevo comunque perso le mie mitiche Coq Sportif, una delle due borse laterali della bici, avevo un freddo boia e mi sentivo come tutti un pò sotto shock. La Protezione civile con le ambulanze distribuì del thè, ormai saranno state le nove del mattino, e mi diedero dei vecchi stivaletti bassi di gomma verde. Non volevo restare un momento di più in quel posto e decisi che siccome il passaporto si era salvato e la tenda e la bici pure non sarei rimasto a cercare le mie cose fino all' indomani perchè non ne valeva la pena. Poi anche se le avessi trovate le scarpe e il resto in che stato sarebbero state? Poi continuava a piovere e volevo andarmene via. Non so come si siano sistemate tante famiglie, probabilmente avrebbero trovato posto negli alberghi ma a me non interessava e mi allontanai in fretta pedalando con l'acqua in certi tratti alle caviglie, passando parecchi posti di blocco e ambulanze che accorrevano, mi ricordo addirittura un treno fermo ad un passaggio a livello perché più in là i binari neanche si vedevano più. Gli stivaletti non me li chiese indietro mai nessuno. Tornare sù a Toledo sarebbe stato inutile, proseguii verso valle, verso Torrijos  mentre pioveva sempre meno e usciva di nuovo un po' di sole. pedalando mi scaldavo, ero ancora un po' shockato e mi ripetevo che infondo avevo avuto un bel "culo". Mi dispiaceva per il maglione inglese azzurro regalo di mio fratello, per le scarpe e qualche mutanda, ma per il resto avevo voglia solo di andar via in fretta per non restare intrappolato.
Dopo una ventina di kilometri arrivai a Torrijos ed era già sera. Ero davvero molto stanco, ma nello stesso tempo abbastanza orgoglioso delle mie prestazioni tutto sommato. Cercai il solito emporio e riempii le uniche due borse rimastemi con pane, formaggio e acqua minerale. Acquistai anche un coltellino nuovo perchè quello vecchio, rosso, svizzero l'avevo perso nel disastro. Non lo pagai tanto, era artigianato locale, con un bel manico di corno, credo, ben affilato e lungo circa 10 cm. Non potei che trovare un accampamento di fortuna quella notte. Pensavo a come passavano veloci quelle giornate a pedalare. Uno parte la mattina, macina magari 20 o 30 kilometri e si ritrova la sera alle sette stanco che non si rende conto neanche di quante ore sono passate. Le giornate stavano passando in fretta, quasi quasi erano più lunghe le notti.
Che notte stellata, menomale, domani avremo bel tempo e magari neanche tanto afoso. La mattina alle sette ero già in marcia alla ricerca di un bar dove fare colazione perchè avevo bisogno di un bel cafè con leche. Oltretutto la leche aiutava anche la mia regolarità mattutina e quando bisogna pedalare tutto il giorno bisogna aver digerito bene perchè sennò è un tormento. Ero un vero atleta ormai, càspita, quasi competitivo direi... Competitivo “un par de ciùfoli” come dicono in Toscana, che dopo colazione, gabinetto del bar e lavatina al lavandino, riecco il beduino infelice che arranca sulla provinciale infuocata da quella palla di sole spietato.
Oltretutto passa un autobus di ragazzi e mi pigliano pure per il culo con fischi e versacci! E quante macchine, quanti camion puzzolenti che ti fanno l'aerosol. Ah, fossi a bordo della mia Nicoletta!
Dài che non manca tanto. E filari immensi di ulivi tutti allineati geometricamente, e colline aspre e infuocate, e poi valli verdeggianti e piene d'acqua, ecco la Spagna vera, la Spagna della Storia, della Conquista e della Reconquista, di Don Chisciotte e Sancho Panza, mica la Spagna dei turisti, delle spiagge di Alicante o di Marbella! Altra arrogante stupida menzogna che mi ripetevo, figlia della mia cultura altezzosa e falsamente istruita.
Pascoli in Estremadura.
Che fatica quel giorno. Fortuna volle che sulla strada per Talavera, che era ancora lontana, nonostante dalla cartina sembrasse a portata di gambe, trovai l'ennesimo campeggio lungo una strada diritta a perdita d'occhio in un pianoro brullo ma in mezzo a un piacevole boschetto basso. Lì feci un bel bucato, addirittura mi rammendai dei calzini (pfuì, prova a dire a un ragazzo di oggi di farlo e vedi come ti manda a venderlo) e mi concessi una lunga e confortante doccia, la prima dopo tutti quei disastri. Siccome il maglione inglese l'avevo perso e non l'avevo neanche cercato, mi comprai una bella felpa blù che, ricordo, conservai ancora per parecchi anni, fino alla mia avventura in Toscana, ma questa è un'altra storia. Questa felpa era lo specchio di quello che ero io allora e un po' sono ancora oggi. blu scuro, quasi da marinaio, senza una scritta o un qualche fregio, tagliata a sacco senza il minimo fronzolo. Come si addice a un triste frate laico, militare miscredente, sobrio fino all'osso e nemico di ogni fantasia nel vestire. Ricordo a tal proposito di essere stato sempre così. Giungevo al punto di buttare via o regalare uno qualsiasi dei miei pur pochissimi indumenti se solo non superavano un feroce, specialissimo e annuale vaglio personale a cui li sottoponevo, specie se non scelti da me, o scelti da me ed epurati dopo profondo pentimento interiore. Il criterio era che ogni cosa si conformasse a mie regole di assoluta impersonalità, ordinarietà, assenza di gaia fantasia o altro che potesse macchiare anche solo un po' di peccato il mio lugubre look giovanile. Anche nel caso si fosse trattato di capo di stile inglese, per definizione equilibrato, ultraclassico e moderato, ebbene poteva rischiare lo stesso lì sul campo la feroce e insindacabile epurazione solo per quel motivo a rombo troppo osè o per quell'imbarazzante azzurro appena troppo chiaro... peggio di un pastore luterano in veste nera e gorgiera del '600 in un film di Ingmar Bergman.
Ancora oggi sono così. L'altro giorno sono andato a trovare mia figlia e le ho parlato della camicia che indossavo e che avevo indossato ad un suo saggio di danza qualche mese prima, per strana combinazione, sentendomi rispondere: -a Pà, e non me n'ero manco accorta, che le tue camicie sono tutte uguali, sempre azzurre o con un timido motivo a righine o tutt'al più a quadri !- (quadri piccoli e moderati, chiaramente, così per non dare mai nell'occhio).
Nel campeggio rimasi altri 2 giorni aspettando che almeno i panni si asciugassero al sole e anche le idee. Al terzo giorno era un po' nuvolo quando partii sempre di buonora avendo però questa volta fatto colazione. volevo fare i miei soliti 30 kilometri almeno, che su terreno variabile e non sempre in piano, per un dilettante che non si dòpa pesantemente, non è affatto poco, vi assicuro.
Ce la feci, in una giornata grigia e un po' afosa ma senza il sole che mi cuoceva il cervello, ed arrivai a Talavera de La Reina. Entrai in una città abbastanza grande per quello che mi ricordo, ma molto moderna, con palazzine senza cuore come ce ne sono tante ahimè da noi, quelle palazzine disegnate da geometri senza fantasia che fanno solo male al cuore. Con tutti quei terrazzi che poi la gente neanche li usa e con quella assurda gara di virtuosismo a chi disegna linee geometriche e "originali" per stupire non si sa chi. Insomma quasi tutte le case in Italia, a parte quelle fino agli anni'30 infondo sono così, ammettiamolo. Non è che poi l'architettura dopo il Rinascimento abbia fatto grandi cose nel Bel Paese. Si salvano le palazzine inizio secolo e anni 20-30 se non altro perchè quell'eclettismo sovraccarico era ancora in grado di fondersi un po' con la natura e col sentimento umano. Poi il funzionalismo spinto e male interpretato, applicato alla "palazzina" civile e la pura speculazione edilizia fecero il resto. Parola di chi le ha studiate 'ste cose. E poi la pretenziosa vanità, specie al sud, ma anche in altre regioni di chiamare "ville" dei penosi scheletri non finiti di cemento, più simili a edifici industriali e stalle che a gaie dimore.
Insomma Talavera era così allora, e neanche tanto ospitale la gente. Pensai che probabilmente era stata bombardata e ricostruita, così come accadde da noi anche a Milano. ma Milano si nota meno perchè non è mai stata bella. La forza di Milano non sta certo nella bellezza ma in altre cose, se ve ne sono rimaste. Milano era bella forse fino all '800 con tutti i suoi navigli e le carrozze e tanta campagna lussureggiante intorno, poi basta, è stata solo sfruttata come laboratorio per orribili esperimenti edilizi alla Frankenstein da ripetere possibilmente in tutto il paese per fare arricchire i soliti noti.
Vecchia Seat Fura fine anni '60 targata Barcellona.
Mentre sostavo sotto un grande anonimo palazzo del centro su di una panchina sotto un bell'albero (perchè la natura è sempre comunque bella dovunque, e si sa che i guai li combina solo l'uomo) un gruppo di ragazzini stupidi cominciò a bersagliarmi con frutta e verdura. Odio per il turista invasore? Mah. mi alzai in fretta e me ne andai via per sempre. Addìo Talavera! Subito dopo la città mi aspettava un percorso di una cinquantina di kilometri o forse più verso ovest e verso una zona di valichi di montagna, o per meglio dire quasi appenninici perchè bisogna dire che a parte la Sierra Nevada dove non sono mai stato, o qualche punto elevato dei Pirenei, la Spagna ha tutte montagne che sono solo alte colline, che si èlevano spesso da altipiani. Insomma mi attendevano valichi appenninici più che alpini, non certo il San Gottardo o il Sempione per intenderci. Non feci più molta strada quel giorno e per un tratto fui accompagnato da frotte di grosse locuste fruscianti. Erano milioni forse! Uno spettacolo così io non l'avevo mai visto se non in TV in un programma di Piero Angela. Non mi facevano affatto impressione, anzi sembravano un po' stanche e assonnate, tutte marroni, forse erano alla fine del loro ciclo, si sa che gli insetti non vivono molti giorni. Nel cielo molti rapaci volteggiavano come in un film western. Altre caratteristiche di questo paese è la scarsa densità di popolazione dell'interno, la distanza notevole tra un centro abitato e un'altro e contrariamente che da noi non si incontrano tantissimi castelli o rocche, o quanto meno anch'essi sono molto distanti l'uno dall'altro. E ancora la campagna sembra più un vasto latifondo che terra lottizzata o divisa per famiglie di contadini. Per quanto riguarda poi le stazioni di rifornimento per le auto, allora ve ne erano veramente poche, per lo meno sulle provinciali che percorrevo io. A volte avevo la strana sensazione di attraversare più una immensa, infinita riserva di caccia che una campagna urbanizzata europea. Incontrai anche una centrale nucleare una volta, proprio lì in Estremadura, se non mi sbaglio, preceduta da uno strano ronzìo nell'aria che mi pareva che provenisse dagli enormi tralicci dell'alta tensione. Poi vidi seminascosto l'impianto e alte recinzioni e pattuglie di Carabineros su fuoristrada Nissan bianchi e verdi. Inquietante direi. La sera ennesimo campeggio alla bene e meglio nascosto in un boschetto. La mattina sole smagliante e aria più limpida e fresca, colazione e via verso i valichi che mi attendevano. Il copione ormai da qualche giorno non cambiava e non incontravo che piccolissimi agglomerati di case ogni tanto, neanche veri e propri paesi. Mi sa che da qui un sacco di gente dev'essere fuggita da vent'anni a lavorare in Francia, Germania o Svizzera. Aveva tutta l'aria di zona un po' depressa.
Appena mi avvicinavo a un corso d'acqua il tipo di alberi cambiavano, poi attraversavo il ponticello della provinciale ed ecco la casettina abbandonata dei Camineros, nessun venditore di frutta o verdura, nessun trattore in vista, niente di niente. Ora mi sembrava di essere dalle parti del Circeo, con eucalipti ed alta macchia mediterranea, e qualche kilometro più in là in Lombardia con filari di pioppi piantati regolari per legname. Poi c'erano tante opere idrauliche, fossi e canali, ma nel complesso l' aspetto aspro che mi dicevano avesse anche per carattere la gente di Estremadura. Questi sono stati i giorni più lunghi.
Il Parque Nacional nella Valle della Guadiana.
Sì i giorni erano tutti uguali, e quando pensavo che al di là di quella cresta avrei intravisto qualcosa di nuovo, invece tutto era uguale a prima e dovevi spingerti ancora oltre. Furono giorni davvero faticosi, forse una settimana o poco più, che trascorsi comunque abbastanza tranquillo immerso nella natura senza trovare campeggi fin dopo i due valichi di Oropesa e Navalmoral che feci a piedi, con mooooolta calma, bici alla mano, a volte vestito da triste beduino altre no, trovando comunque abbondanza di fontanili e rifugi per la notte. Una volta persino una casettina dirotta dei camineros dove passai la notte sentendomi tanto un cow boy del New Mexico o se volete un partigiano della guerra.
Il giorno che scesi a valle, la valle del Tago (o Téjo in portoghese), la natura cambiò improvvisamente e si fece veramente più verde e boscosa anche se non c'era comunque anima viva in giro! Fino al confine c'erano quasi 150 kilometri da fare e mi resi conto che erano parecchi e che non ce l'avrei fatta in soli tre giorni come pensavo. In tre no, ma in 4 e mezzo sì: pedalavo come un pazzo, ormai ero allenato e la strada era buona, il traffico scarso. Trovai anche il mio bel campeggio che dopo tanti giorni fu una vera manna. Questa volta assomigliava molto di più a un campeggio italiano o francese, molto più vivo e organizzato e anche meno isolato dal mondo. C'era tanta gente quel giorno che era appena arrivata e si stava organizzando, dovetti fare la fila per la doccia, non ero più abituato. C'erano tanti portoghesi in gita "fuori porta" allegri e caciaroni, sempre con le loro auto molto vecchiotte e le roulottes altrettanto attempatine. Nel bagno mi imbattei in uno di loro che mi chiedeva se l'acqua era "quente", ossia calda, e un altro che mi chiese di consultare la bella cartina che avevo sul manubrio perche andavano da lì a Siviglia (almeno 200 kilometri più a sud). Mi piaceva tutta quella improvvisa animazione, quel caravanserraglio di lingue e di facce e decisi di restare per i soliti 2 giorni. Che fretta avevo? Dovevo solo dominare la mia ansia ma per il resto nessuno mi correva dietro. Come ho già detto è bello viaggiare in due o tre persone, ma finisce sempre che prima o poi ognuno ha tempi o mète diverse. Almeno io dovevo decidere solo per me.
La sera, al baretto-spaccio del campeggio sedevo solo in un angolo e venni chiaramente puntato da una inglesina carina ma grassoccia. Ero molto imbarazzato e non dovevo avere per niente l'aria da latin lover, anzi semmai dovevo assomigliare di più ad un limone spremuto, ma la ragazzina insisteva e capii chiaramente che voleva che mi avvicinassi a parlare con lei. Io resistetti un po', poi chissà perché me ne andai e basta...
L'antico ponte romano sulla Guadiana a Mérida.
Un'altra strana caratteristica di questo viaggio era che io ero tutto chiuso dentro me stesso e i miei pensieri. Infatti per tutto il viaggio e per i mesi seguenti non ebbi neanche un solo flirt. Un bene? Un male sicuramente ma le cose andarono così e non posso arricchire il racconto di particolari piccanti, perchè sarebbero del tutto inventati. Pensa un po' come stavo messo male! O forse era tale il desiderio di concentrarmi su me stesso che non riuscivo mai veramente a rilassarmi del tutto, lanciato verso le mie mète lontane!
Posso dire comunque di avere incontrato tantissimi giovani della mia età e anche gente anziana (dell'età alla quale sono arrivato io mentre scrivo) con i quali ho fatto tante chiacchierate lunghe e interessanti come non mai sui paesi d'origine di ciascuno, sui progetti e le aspettative di viaggio e quant'altro, e con tutti si instaurava una sorta di "solidarietà del viandante" che riusciva a spezzare subito ogni diffidenza, il che ci permetteva a volte di comportarci come vecchi amici. Mi sentivo più "vero" di quanto non fossi tra i miei amici e compagni di Università a Milano, e riuscivo ad esprimermi liberamente, al di fuori dei soliti schemi e delle solite corazze che erano solite imprigionarmi nel mio mondo borghese...
Alcuni viaggiatori come me poi li rividi qua e là lungo la strada e persino a Lisbona ed ogni volta sembrava di rivedere un amico o un'amica di chissà quanto tempo fà, e ci si salutava con trasporto e con affetto quasi ridicoli, se ci ripenso. L'ho detto, era probabilmente solidarietà automatica tra forestieri viandanti...
Dopo la valle del Tago attraversai anche la altrettanto verde valle della Guadiana, un fiume importante anche questo che passa da Mérida e poi costeggia tutta la frontiera fino a sud. Qui gli appezzamenti di terra si vedevano chiaramente, suddivisi ordinatamente e irrigati da potenti getti d'acqua come quelli che si usano in nord Italia nei campi di mais. Sotto uno di questi getti ci sono anche passato una volta, con tutta la bici. Ora ero di nuovo stanco ma non vedevo l'ora di arrivare al confine. Attraversai Mérida una mattina, su di un lungo e antichissimo ponte romano, con la Guadiana marrone fangosa di sotto, scenario incantevole, pieno di storia, che mi fece pensare alle antiche leggende medievali. Ne vedrò tanti di questi strani ponti dall'aria davvero antica, lunghissimi ma bassi, con tanti archi che più che scavalcare un fiume sembrano quasi guadarlo. Da noi in Italia l'architettura dei manufatti è sicuramente più solenne, mentre nella penisola iberica tutto è più "grezzo" più ribassato, e non saprei se dire...più"antico" e misterioso. Anche le case dei centri storici sono dimesse rispetto alla rocca del principe o al monastero dominante. Qui sembra proprio che si sia passati direttamente dal Medio Evo ai giorni nostri senza alcun Rinascimento, e che tutte le energie economiche siano state riservate solo ai potenti cioè alle chiese gotiche e ai castelli, ma direi più alle une che agli altri. Si sente il potere che deve avere avuto la chiesa nel medio evo, in una terra molto meno urbanizzata e borghese rispetto all'Italia: in una parola avevo l'impressione che qui in Spagna la storia si fosse giocata tra contadini e potenti senza o con scarsa mediazione di mercanti, banchieri e ricchi borghesi.
A Mérida vi erano anche un bel teatro romano come quello di Verona e tante altre rovine, e avrebbe senz'altro meritato una visita meno frettolosa, ma continuai a pedalare senza fermarmi tutta la sera verso Badajòz e verso l'agognato confine.  Quando fui ad una ventina di kilometri non ce la feci più e mi fermai a dormire. Menomale che c'era tanto verde e così poche case, altrimenti come avrei fatto a fermarmi quando volevo e in posti nascosti? E' stata una fortuna. Io questo viaggio non l'avevo per niente preparato da questo punto di vista. Non stavo spendendo neanche tanto infondo, spartano com'ero. L'unica grossa spesa per ora, la bici. E meno male che non me l'avevano ancora rubata, troppo bella com'era!
Il giorno dopo ricordo chiaramente che lungo la strada trovai dell'uva dolce e matura (una primizia? O forse veniva dal Cile o dal Sud Africa, chissà) in un bel negozietto pieno di legno sui soffitti e sulle pareti e mi cibai e idratai di quella per il resto della giornata. Ecco Badajòz, che non mi sembrò nulla di speciale, anche se con dei bei ponti sul fiume e un centro storico antico, ma per me molto speciali erano soprattutto quei segnali stradali che si vedevano qua e là e che indicavano: PORTUGAL ! PORTUGAL!
Vecchia targa portoghese stile un po' "british".
Ho visto che negli ultimi anni in quella zona passano anche importanti "autopistas", ma allora nell'88 credo ancora non ve ne fossero quasi, e tutto il traffico turistico e non, passava per queste larghe strade nazionali (indicate in rosso secondo il modello francese) ma che in qualche tratto erano davvero molto usurate. Di camion ne incontrai parecchi e anche molto grossi che trasportavano spesso legname legato male e dall'aspetto pericolante. Poi passavano tanti autobus perchè nella zona non vi erano forse ancora ferrovie importanti. Mi fermai a mangiare qualcosa, saranno state le sei di sera, più tardi del previsto, ma le ore in bici passano velocissime anche se non si fa poi tanta strada. Poi ricordo che ero in dubbio se dormire lì da qualche parte o passare la notte in Portogallo e scelsi manco a dirlo la seconda opzione. Fuori da Badajòz, a Caya, sul confine mostrai il passaporto ad un poliziotto spagnolo che me lo timbrò: era il 27 giugno 1988 e quel timbro lo conservo gelosamente ancora oggi! Dopo pochi passi ero nella Rebùblica Portuguesa a Càia con la "i" semplice che poi era sempre lo stesso paese (come da noi Gorizia in Italia e Nova Gorica in Slovenia). Nella Càia lusitana incontrai un altro poliziotto, ma portoghese, seduto dentro un casottino al limite della strada e gli porsi il mio passaporto, chiedendogli anche dove potevo cambiare le pesetas in escudos  (che allora c'era anche 'sta menata ad ogni confine) e lui restituendomi il passaporto mi disse che a quell'ora era impossibile cambiare e allora mi rassegnai. In fondo era solo mia ansia, che fretta c'era davvero? Comunque ora ero vicino alla mèta, se pensavo a quando pianificavo questo viaggio a Milano, mi sembrava incredibile essere arrivato fin lì, e poi con le mie sole forze fisiche e mentali infondo, a parte un paio di treni.
Uno dei tanti modi di preparare "o Bacalhau".
Pedalavo in pianura, poi la strada cominciò a salire un po', i cartelli da seguire ora erano per Elvas. Ad un certo punto fui dentro a boschi di larici, pini ed essenze sempreverdi. Sembrava di essere in montagna ma con un sentore di mare in lontananza. Questi boschi sembravano più fitti rispetto alla Spagna, non me li sarei davvero aspettati.  Entrato nel distretto dell'Alentéjo, ossia"oltre il Tago" (pronuncia portoghese: Auentégiu) c'era ancora un po' di luce e decisi di arrivare fino a Elvas (pronuncia: éuvasc). Lì trovai un campeggio proprio sulla strada in mezzo ad un alto bosco di conifere, pieno di ragazzi. Sembrava una via di mezzo tra un luogo di colonie estive delle parrocchie e un luogo di boscaioli. Non aveva l'aspetto di campeggio turistico, era più una associazione scoutistica, forse era gestito dallo Stato. Entrato in una specie di foresteria, dove dovevano esserci anche delle camerette tipo ostello della gioventù, vidi un bar ristorante e appena data un'occhiata al menu... vidi scritto nero su bianco nientepopodimenochè il nome di Sua Maestà il Baccalà in persona! Non mi sarei aspettato che la prima notte in Portogallo avrei potuto assaggiare proprio "o Bacalhau" (o bacagliau) con tante verdure! Mi sembrò buonissimo davvero, sembrava quasi una sorpresa preparata da qualche amico, mi sembrò quasi incredibile, fuori da ogni aspettativa. Poi fu anche un pasto finalmente sano dopo tutti quei panini e quei salumi e formaggi che mi ero mangiato negli ultimi giorni...
Il "Forte da Graça" a Elvas in Alentéjo.
Devo dire che la notte fece davvero freddo, e umido, tanto che provvidi a stendere sotto la tenda dei grossi cartoni addocchiati vicino a un cassonetto dei rifiuti. Al ristorante lessi agevolmente il menù e ordinai altrettanto agevolmente, ma se si trattava di ascoltare i discorsi dei miei vicini la pronuncia portoghese mi parve alquanto ostica. Che questa lingua, sebbene simile alla nostra come del resto lo spagnolo, ha però una fonetica molto nasalizzata un po' francese, possiede ben tre tipi di "r" gutturale alla francese e tutte quelle finali plurali in "s" (che si pronuncia sc) che nel discorso confondono un po' l'orecchio. Mentre al castigliano ti abitui velocemente, qui è un po' più difficile la comprensione. Anche perchè i portoghesi parlano velocemente e in modo assai secco e"contratto". L'opposto dei brasiliani che sono più dolci e cantilenanti, quasi un po' genovesi...
Il mattino fu d'incanto, tra l'aria fresca e il cinguettìo di tantissimi uccelli nel bosco e anche se faceva un po' fresco non rinunciai a una bella doccia e ad "um bom cafè com leite" ma porcamiseria con le solite assurde madeleinettes!
Mi sembrava di essere ormai arrivato al punto, al dunque e al perchè di tutto quello strano viaggio, ma quello che mi eccitava ora era di vedere l'oceano. Dunque non rimasi lì un momento di più e ripartii che erano le nove  del mattino. Fatti due calcoli, cartina alla mano,  mi resi conto però che avrò pure sentito in un momento di sincero e onesto entusiasmo il sentore del mare, ma che comunque concretamente alla costa atlantica mancavano ancora più di 100 kilometri! Forza della suggestione...
Campagna nel basso Alentéjo.
Vìa dunque senza indugi, tanto più che ora la strada digradava dolcemente e le discese mi portavano senza fatica verso la mèta. Passai Estremoz, un borgo di case basse e imbiancate di calce come in Puglia e mi colpirono anche le chiese e i campanili un po' bassi già in stile "manuelino"che è una specie di gotico tipico del glorioso'500 delle scoperte geografiche e dell'espansione coloniale portoghese in tutto il mondo.  Fu chiamato così dal Re Manuel I ed era uno stile che celebrava i fasti e gli incredibili e velocissimi successi commerciali e geografici della Nazione lusitana, orgogliosa antagonista della vicina e potente Spagna la quale non riuscì nonostante gli sforzi mai a sottometterla del tutto.
Modellino dei taxi che vidi ancora circolare a Lisbona.
GNR portoghesi oggi.  
Le uniformi non sono molto cambiate da allora.
 Solo che dopo Estremoz senza accorgermene sbagliai strada e invece di seguire la direzione di Evora, che avrei visitato volentieri, mi ritrovai ad Arraiolos, altro paesotto molto carino, tutto imbiancato di calce (mi ricordava il nostro profondo sud) con tanti azulejos sui muri delle case dentro e fuori, e sulla collina una cinta di mura che mi ricordava tanto la nostra Monteriggioni in Toscana, anche se qui la natura è più aspra e asciutta. Incontravo lungo la strada veicoli vecchissimi, anche degli anni '60, camion altrettanto vetusti, e poi dei curiosissimi "apini" scoperti, micro pick-up a tre ruote guidati da contadino con coppoletta tipica europea di lana in testa e quasi sempre moglie al seguito seduta all'amazzone, fazzoletto e cerata di plastica sulle gambe per proteggersi. Questa scena l'ho vista solo qui, allora, e non so se oggi ne circolino ancora di questi buffi mezzi. Era una cosa di altri tempi, anche un po' triste e dimessa nell'insieme, quasi da paesi del blocco comunista. Infondo dalla "Révoluçao de Abrìl do 1974", la rivoluzione dei "Garofani" in cui i capitani dell'esercito avevano deposto il regime di Caetano, non erano passati poi tanti anni. 
Lungo la strada correvano vecchi autobus della Rodoviaria Nacional e incontrai anche le solite casettine dei Camineros che qui erano intitolate "Caminheiros" (camigneirusc). Attirai l'attenzione di una Land Rover della GNR (Guarda Nacional Republicana) che mi aspettava quasi dopo una lieve salita. I gendarmi in uniformi vecchiotte con stivali alla cavallerizza e un basso kepì, furono cortesi e sorridenti, non mi chiesero neanche i documenti e ascoltarono divertiti il mio breve racconto di viaggio. Dopo un saluto cordiale proseguii tranquillo quasi in discesa. Ora era quasi buio e mi fermai ad un bar all'angolo di strette vie che si incrociavano e chiesi di un campeggio o di un alloggio.
Il gestore fece subito una telefonata e dopo una mezz'ora arrivò una ragazzina bruna con una bici da donna di quelle vecchie, tipo olandese, e individuatomi subito come il forestiero mi invitò a seguirla. Avevo già cominciato a notare alcune caratteristiche fisiche, specie nelle donne, che mi sembravano diverse da quelle delle donne spagnole. Innanzitutto gli occhi più dolci, la bocca più larga e sensuale, l'aria più sobria e dimessa, la carnagione generalmente più scura. Forse l'impronta "moresca"più evidente, chissà. Vero è che vi erano tantissimi brasiliani e tanti provenienti dalle ex colonie in giro per il paese.
Camminammo un po' bici alla mano e cercando di imbastire un qualche discorso, poi lei si fermò e mi indicò un portone di una casa tutta bianca di tre piani incastonata tra altri palazzetti che non so perchè mi fecero venire in mente mia nonna paterna, nativa della Calabria, sul mare Ionio, e i racconti della sua vita che ci faceva il papà. Infatti ad aprirmi venne... mia nonna! sembrava proprio lei: statura medio-bassa, un po' grassottella, vestito rigorosamente nero e crocchia di capelli ! Feci in tempo a dire alla ragazzina un timido "mùito obrigado"che lei se ne andò con la sua bicicletta e non la rividi più.
Nei magazzini si trovavano pezzi d'auto d'epoca.
Mia nonna, cioè, pardon, la padrona di casa, mi accolse con un sorriso molto dolce e materno e mi fece capire che c'era una camera per me per 500 escudos di allora che non era poi molto. La camera era bellissima, con un vecchio letto alto di mogano scuro intarsiato come i preziosi mobili paesani ma antichi della casa. La pulizia regnava e tende bianche ricamate pendevano dalle antiche finestre. Poi apparve una seconda nonnina uguale alla prima e facemmo un po' di conversazione, mostrandosi loro molto curiose di sapere perchè me ne venissi tutto solo fin dalla lontana Italia. -Porquè vocé viàja sò ?- mi chiesero, e siccome sinceramente neanche io lo sapevo gli risposi che c'erano degli amici che mi aspettavano a Lisbona. Dopo questa penosa bugìa le salutai e andai a dormire perchè ero molto stanco e prima mi feci una bella doccia in una vecchia vasca da bagno. L'indomani, dopo un bel sonno sprofondato in quel letto morbidissimo e profumato di bucato, mi alzai, pagai, ringraziai dicendo che magari sarei ripassato al ritorno (altra schifosa bugia) e me ne uscii dal paese di buona lena con la mia bici.
Devo dire che 'sta bicicletta era proprio robusta, non avevo forato una volta, non si era mai rotto un freno neanche nelle discese più ripide e non emetteva neanche il minimo cigolìo. Anche lo sterzo era ancora bello dritto e fermo. Insomma valeva quello che l'avevo pagata. Anche a Milano coi soldi di uno dei miei lavoretti avevo comprato due bici Peugeot in un negozietto che c'era in Corso Magenta. Una l'avevo regalata a mia sorella. Erano belle e robuste e ci scorazzavo volentieri anche in mezzo al traffico. la storia però non era finita bene perchè un giorno, davanti alla biblioteca Sormani, me l'avevano fregata. Fu un lutto per me. Questa qui però era anche più bella, tutta celeste metallizzata, con il telaio più alto e lungo, più adatto dunque ad un uomo alto 1,81 come me.
L'attracco a Praça do Comércio a Lisbona.
Quel giorno pedalai tantissimo  e passai da Montemor-o-novo come un razzo in vista di Setùbal che non arrivava mai. C'erano in giro allora tantissimi magazzini di autoricambi per auto d'epoca, anni '60 e anche prima. I pezzi, calandre, fanali, copriruote, cofani, specchietti cromati ma anche parabrezza, poltroncine originali e intere portiere o fiancate di auto, erano spesso esposti anche fuori da questi magazzini, segno che la richiesta di questi pezzi d'epoca era allora vivacissima visti i pezzi da museo che circolavano sulle strade! 
Mi ricordo che pedalavo che era già buio e pericoloso, in mezzo al traffico intenso in direzione della costa e non mi fermavo mai, come un pazzo invasato. Quella sera credo di aver rischiato stupidamente, ma non vedevo l'ora di arrivare. Arrivai a Setùbal che erano già quasi le dieci di sera e mi precipitai al porto facendo appena in tempo a saltare sull'ultimo traghetto delle 22:30. Quando fui sul ponte con la mia bici e il fiatone sembrò quasi un sogno: Lisbona eccomi!
Il traghetto mi scaricò proprio a Praça do Comércio che avevo visto tante volte in fotografia anche sulla Treccani di mio padre fantasticando. Era fatta, ci ero arrivato, che fatica e niente cena ma ero lì, era fantastico, ero eccitatissimo. Mi inoltrai poi per il centro e trovai un ristorantino dove ordinai un bellissimo piatto di pesce fritto con una birra, e me ne portarono uno veramente esagerato. Beh, me lo mangiai tutto. Proseguii per le strade squadrate della Cidade Bàixa per tutta la sera e dietro a Praça Rossio trovai una pensione, l'Hotel Reflescente dove presi una camera matrimoniale molto spoglia e spartana ma grandissima per molto poco. Il bagno era fuori. Chissà se c'è ancora 'sta pensione?.
Tram storici a Lisbona.
Tram storico davanti alla Scala a Milano.
Ero arrivato alla mia mèta, mi ero rifocillato e sistemato e mi addormentai subito per la grande stanchezza. Il giorno dopo c'era un bel sole e faceva un po' caldo. Non ho mai amato tanto il caldo, comunque eravamo nella prima metà dell'estate e il caldo ci stava. Poi era un caldo di mare, ventoso e arioso, come quello che c'era anche a Roma, non la terribile afa padana che spesso mi tormentava nelle estati milanesi. Mi colpì molto la luce che c'era sul mare: era diversa dalla luce mediterranea, era più chiara limpida e celeste. Avevo quasi la sensazione fisica di trovarmi davanti ad un mare senza confini vicini, un mare che arrivava fino all'America senza nulla o quasi di mezzo. La città era animatissima, vidi subito i tram novecenteschi della General Electric, quasi gli stessi modelli di Milano (quelli del 1920) solo più corti per girare agevolmente per le strette vie. Poi c'erano i buffi tram a cremagliera che si arrampicavano su per le ripide salite, e molti panni stesi, e molte facce africane, tanto che mi sembrava quasi di essere in Brasile! A dire il vero un giorno mi balenò pure l’idea di imbarcarmi su di un cargo per il lontano Brasile! I taxi erano tutti neri col tettuccio verde chiaro, alcuni erano ancora delle vetuste Mercedes 190 D degli anni '60 tenute benissimo! Girai dappertutto, ma ora non vi farò da guida Michelin. La sensazione che respiravo era piacevole e rilassata. Visitai il bellissimo Museu de Marinha poco dopo la Torre de Belèm, lungo la Avenida da India, poi mi spinsi con una vecchia metropolitana, che mi ricordava la vecchia linea B di Roma, fino a Cascais. C'erano lungo il percorso delle calette basse e spiaggette affollate, anche se l'acqua dell'Atlantico era veramente troppo gelata, poi piccoli fari sulla costa che pian piano risaliva quasi a formare delle alte scogliere. A Cascais passai anche per Avenida Humberto I° de Itàlia davanti alla villetta dove il “Re di maggio” aveva vissuto tanti anni in esilio fino alla morte. C'erano stradine piene di negozietti per turisti, ma l'aria era un po' più dimessa rispetto a Lisbona e vidi tante case abbandonate.
O Mostéiro dos Jerònimos in gotico "manuelino".
Tram a cremagliera a Lisbona.
La sera di nuovo in centro a Lisbona, vidi il quartiere de Alfama, affascinante ma un po' malmesso che pochi anni dopo verrà distrutto da un incendio, sentii le cantanti di Fado fuori dai locali per turisti. Mangiai ancora del baccalà buonissimo e spesi molto poco. Il lungo ponte 25 de Abrìl che collegava Lisbona a Almada faceva un effetto quasi da città californiana. Dieci anni dopo ne faranno un'altro ancora più grandioso, il Ponte Vasco da Gama. Chissà se un giorno lo vedrò. Un giorno di bel sole tornai verso Cascais e risalii la strada per Sintra, antica residenza degli ultimi re del Portogallo. Arrivai a Sintra verso l'una del pomeriggio, quasi in collina, trovandomi in un borgo antico e bellissimo. In alto sulla collina il castello ottocentesco ma scenografico, con elementi falso-moreschi. Pensai che solo in Italia si trovano cose veramente autentiche! Infatti ebbi la stessa impressione di manufatto "alla Walt Disney" che ebbi in Baviera al castello di re Luigi. Comunque c'erano tanti boschi e case tipiche (queste autentiche) e una vista sull'oceano eccezionale.
Restai nella capitale forse una decina di giorni in tutto e giravo sempre, dove potevo, con la mia bici. All'epoca una bici così non era tanto comune in Portogallo. Vidi ancora gli "azulejos" di piastrelle bianche e azzurre (ma a volte anche azzurre e gialle) ce n'erano tanti, vecchi e nuovi, negli uffici, nei caffè eleganti, nei palazzi e anche fuori alle case o nelle stazioni ferroviarie. Era un marchio nazionale. Mancavano negozi di sport come da noi, c'erano anche qui delle associazioni scoutistiche che vendevano del materiale da campeggio dove acquistai uno zainetto piccolo e finalmente delle scarpe sportive nuove senza un marchio preciso, perchè finquì ero andato avanti con quegli stivaletti bassi di gomma sequestrati a Toledo durante il disastro. Poi c'erano manifesti che annunciavano "A Tourada" cioè la corrida, che qui è molto elegante coi "toureiros" a cavallo vestiti da damerini settecenteschi con tricorno armati solo di picca senza punta, e il "touro" non viene ucciso come in Spagna ma solo calmato ed ha le punte delle corna protette da palline di legno per non ferire i cavalli. Altri manifesti annunciavano le feste paesane come la "Feira do Cavalo" nel borgo di Golegà lungo la valle del Tago. 
Azulejo novecentesco
Azulejo del XVIIImo secolo.
Appena fuori dalla città c'era subito la campagna con le casette piccole e basse, spesso intonacate a calce, e queste chiese basse in gotico "manuelino". Ho già accennato all'aria un po' dimessa della gente, dei beni materiali un po' logori, del consumismo appena accennato. Alla metà degli anni '70 avevo visitato l'Ungheria comunista e mi aveva fatto lo stesso effetto, il che mi fece pensare che infondo nei cinquant'anni della Guerra Fredda c'era qualcosa in comune che legava sostanzialmente i due mondi al di là delle parole d'ordine: il sottosviluppo economico, sia che avesse le fattezze di Lenin che quelle del cattolicissimo ed ex-fascista Portogallo. Trovai anche traccia di una tradizione pastorizia antica come se ne può trovare anche da noi, e tanti orti, orti di sussistenza di gente che faceva fatica. Le somiglianze con la mia amata Liguria c'erano anch'esse: una terra legata molto al mare sì, ma con un entroterra di grande supporto, fatto di agricoltura povera e ostinata. Persino un po' la lingua simile al lìgure: o màr, o sol, o pèixe, a costa, a montanha, a campanha, novo e velho, ecc...ecc... e anche la cucina povera ma ricca di fantasia, di erbe, spezie e aromi. Insomma una cultura diversa da quella castigliana, catalana o basca. Anche queste diversità stanno scomparendo inesorabilmente oggi in Europa così come succede alla biodiversità dei vari ecosistemi in natura. Avevo la sensazione di essere in un paese familiare ma anche anche distante, in un paese celtico e latino insieme, dove respiri l'aria dell'oceano, e l'Africa e le Americhe non sono così lontane, le senti spesso respirare vicino.
La scogliera sull'Atlantico vicino a Cascais.
O Porto: il doppio ponte ferroviario e veicolare sul Douro.
Avevo intenzione di visitare anche Coimbra, la città universitaria e O Porto a nord che distava però circa 300 kilometri. In bici arrivai solo verso Leirìa godendomi delle strade incantevoli, poi tornai indietro stanchissimo a Lisbona nella mia pensione con un gran male al polpaccio destro e a un fianco. Forse stavo un po' esagerando, non ero un Eddy Merkx o un Gimondi!  Per tutto il giorno dopo non riuscivo a camminare scioltamente e pensai che avrei dovuto riposarmi un po', o quantomeno lasciare la bici in albergo per un po', nello sgabuzzino dove mi avevano permesso di parcheggiarla la sera. Era una sensazione sgradevole aver voglia di andare avanti ma rendersi conto che rischiavo di farmi del male. In più ci si mise anche il tempo che volse al brutto nel giro di una notte. Improvvisamente soffiava un forte vento dal mare e si stese una densa foschìa per tre o quattro giorni, con intervalli di pioggia anche forte. Dovevamo essere alla fine di giugno, inizio luglio. Ricordo che passai tutta una giornata sdraiato sul mio lettone a pensare. Mi dicevo che era una fortuna non essere ancora sotto la mia tenda, ma nello stesso tempo mi assalì una certa tristezza mista a malinconia tipica del Fado! Ero stato contaminato dallo spirito lusitano anch'io? Mi sono chiesto tante volte cosa sia stato e credo che in buona sostanza non fosse altro che profonda stanchezza fisica mista a un grande senso di solitudine. Forse certi viaggi non vanno fatti da soli senza una preparazione interiore. Quella preparazione che, senza volermi minimamente paragonare per carità, fanno certi atleti alpinisti o navigatori alla vigilia di una loro performance in solitaria. Effettivamente saranno stati due mesi che non parlavo con un amico o un'amica in italiano, che non scambiavo emozioni. Certo mi ero scaricato da tutta quella tensione che avevo accumulato negli ultimi anni, non provavo più rancore ne' tranciavo severi giudizi, però ero stanco interiormente e un po' esurito. Cercai di mangiare molto e di bere vino o birra ad ogni pasto per tirarmi sù fisicamente, pesavo 74 kg. che non sono molti per una media corporatura ed una altezza di 1,81. Sentivo distintamente le ossa del còccige e le mie braccia erano troppo scarne e sottili, anche se ero abbronzato e apparivo comunque uno che aveva vissuto all'aria aperta. La gente che incontravo mi dava tanta allegria, i volti erano dignitosi e sorridenti insieme, antichi e moderni, e si respirava un'aria di speranza nuova e insieme di orizzonti lontani.
Non è facile descrivere un mondo, ci vorrebbe un grande poeta o una melodia popolare che riesca a riassumere lo spirito di un posto e della gente che lo abita. Feci per un po' il turista a piedi e visitai vari monumenti della città, e una sera, in un ristorantino dove si mangiava tutti insieme su panche strette, raccontai del mio viaggio ad una coppia di americani simpatici sulla cinquantina che giravano in treno e autobus. Erano attenti a ciò che raccontavo e ascoltavano sereni, forse perchè vogliosi, come molti americani intelligenti e colti, di afferrare appunto le sottili sfumature del mosaico europeo. Per noi europei tante cose sono scontate, ma non è facile spiegarle. Mi chiesero infatti anche del mio paese, della Spagna, della Francia, delle Alpi che avrebbero voluto visitare (altro mosaico nel mosaico) e parlammo per quasi due ore. 
Ebbi allora un'ispirazione, nel vederli così tranquilli e rilassati. Il padrone della pensione Reflescente mi aveva già chiesto una volta la mia bella bici Peugeot per regalarla al figlio. Mi decisi a dargliela per una cifra che non ricordo, forse erano circa 18.000 escudos. Fu sicuramente una trasfusione di sangue anche per la mia cintura con la zip che fino ad allora si era sempre svuotata e mai riempita. Un po' mi dispiacque ma ero sicuro di aver fatto la cosa giusta e che ora avrei proseguito con calma e serenità come quella coppia di americani in treno o autobus, o tutt'al più a piedi.
Ora andava meglio forse, anche se avrei dovuto cominciare a pensare concretamente se tornare in Italia o cercare qualche lavoretto lì. Cosa volevo fare solo il turista e basta? E per quanto tempo? La mèta che mi ero prefissato era raggiunta, ora, vabbè visitare Coimbra e Porto, ma dovevo anche pensare dove sarei stato in autunno. Troppi pensieri tutti insieme, e persi la spensieratezza definitivamente. In una grigia giornata arrivai in treno nella città di O Porto, spettrale e lugubre con le sue barche nel fiume con le grandi vele triangolari. Sopra le vele dipinti i marchi delle maggiori multinazionali produttrici di Vinho do Porto (Offley, Sandeman, Ruby ecc...). Più in alto un grande ponte inizio secolo di ferro scuro che incombeva triste e severo sul fiume Douro (cioè fiume d'oro): in cima passava o Caminho-de-Ferro e ad un livello più basso le auto e i camion. Le finestre delle antiche case grandi e desiderose di sole come quelle olandesi o belghe, i muri di pietra scuri e umidi, i muretti a secco, le alte scogliere, le chiese severe, tutto contribuiva alla mia tristezza interiore. In quel giorno, seppure affascinato da quella terra lontana che tanto avevo desiderato raggiungere, maturai l'idea di tornare indietro sui miei passi. Tra l'altro nel Portogallo di allora ti scordavi di trovare un qualsiasi lavoretto stagionale. Chiesi in giro per un po’ma mi guardavano tutti con un misto di pietà e sospetto. Desiderai un'amore, l'incontro con una ragazza dolce da sposare, con la quale fare figli e dare un senso al mio stare lì in quel posto per non tornare più indietro.
E continuava a piovere, ogni pomeriggio. La mia tenda dava segni di cedimento strutturale e ciò che lavavo non si asciugava. Cosa avrei fatto tra due o tre mesi? Dove sarei andato quando fosse arrivato l'autunno? La vacanza era finita anche dentro di me. Non sono uno che si scoraggia tanto facilmente. Non l'avevo fatto quando iniziai a lavorare a Milano col freddo e la nebbia d'inverno, magari a portare pacchi in giro o a vendere plasticoni di diapositive prima dell'alba alle redazioni dei giornali, nè quando aspettavo il "fuorisacco" alle Poste Centrali per guadagnare due-trecentomila lire. Stavolta però avevo bisogno di fare qualcosa di serio e duraturo, basta giocare. Il mio viaggio appassionato non  sembrava offrirmi ormai niente più di questo. Era stato il mio Cammino di Santiago pieno di fervore e speranza per tante e tante settimane, pieno di pensieri su me stesso, ed ora anche la mia Ritirata di Russia penosa e triste, e piena di rimorsi.
A Parigi trovai finalmente un lavoretto.
Lo lasciai con affetto il Portogallo, qualche giorno dopo, su un bel treno diretto a Parigi pieno di lavoratori transfrontalieri ed emigranti. Ma giurai che ci sarei tornato un giorno, e allora mi sarei scusato con quelle grandi finestre, con quelle case alte e col fiume Douro per la mia malinconia e tristezza di quei giorni. L'ho promesso e penso che lo farò.
Era un lungo treno pieno di lusitani che tornavano in Francia. Passammo da Salamanca, Burgos, i Paesi Baschi, e forse fu su quel treno, mentre osservavo curioso i paesaggi  che scorrevano fuori dal finestrino, che finì per sempre quella vacanza e iniziò la mia vera vita.
Nonostante i cattivi pensieri avevo comunque trent'anni e sentivo di avere ancora tanta energia. Il viaggio fu molto lungo ma sereno. Avevo la sensazione di ritornare ad un mondo più familiare, la gaia Francia. 
Nella capitale mi sentii come se fossi tornato in patria. La lingua la conoscevo bene ed ebbi la grossissima fortuna di poter lavorare per dieci giorni in una birreria in sostituzione di una ragazza che era in ferie. Sarei sopravvissuto. Dormivo nel Bois de Boulogne vicino al centro, ad ovest della città, in un grande campeggio pieno di gente accorsa per la sfilata del 14 luglio. C'era un enorme fermento per quella data, quasi come un Capodanno o un Natale. C'erano tantissimi ragazzi nel campeggio, tra cui molti irlandesi caciaroni e agitati come napoletani che mi dissero di amare molto quella mèta per vacanze o viaggi di nozze. Il pretesto per parlare con loro fu una delle mie manìe per le targhe automobilistiche.
Per loro il viaggio a Parigi era una tradizione, esattamente come da noi. Pioveva molto in quell'estate e sotto la tenda dovetti mettere strati e strati di cartoni recuperati qua e là per difendermi dall'umidità. Ogni mattina con 1 franco o 2 prendevo una navetta che dal campeggio portava i turisti in centro ed era comodissima. Ma potevo anche fare la strada a piedi. Lungo il percorso si incontravano parigini a cavallo che passeggiavano eleganti e impeccabili nel bosco bellissimo e ben tenuto. Dovevo arrivare, se non ricordo male al XVIImo "arrondissement" vicino al Boulevard des Malesherbes che non era lontano. Mi avevano offerto di lavare tazze, bicchieri e piatti con una grossa lavastoviglie a cestello rotante che io non avevo mai visto in Italia, e in più se capitava fare qualche caffè e cappuccino che come italiano devo dire che mi riuscivano bene! A Parigi è impossibile sentirsi a disagio; non so cos'è, ma ogni volta che ci sono andato mi sono sempre rilassato e sentito come a casa. E' la speciale magìa di questa città. Perfino mia figlia, altra generazione, che ci sarebbe andata molti anni dopo, mi avrebbe riportato la stessa impressione. Io ricordo in particolare due viaggi precedenti: uno quando lavoravo per le agenzie fotografiche (forse era il Capodanno dell'85, e le strade erano "glassate" dal ver-glas, dal velo di gelo) per recuperare le diapositive della partenza della Paris-Dakar di quell'anno da riportare a Milano, e un altro fu forse l'anno dopo con madre, fratello, cugino, zio e zia, una delle rarissime occasioni in cui mi ero sentito in armonia con la famiglia. Anche perchè io e mio cugino ce ne andavamo in giro volentieri per i fatti nostri! Conservo di entrambi i viaggi tantissime foto per fortuna. Mi piacciono le foto e le riguardo e le riordino spesso. Ed è per questo che mi strapperei tutti i capelli quando penso che del viaggio in Portogallo non ne ho neanche una! Ancora oggi mia moglie mi sorprende spesso tra i miei album di foto degli anni ottanta e novanta.
Dunque posso dire che "Parigi val bene una messa" (-"Paris vaut bien une messe"-, come disse un Enrico di Borbone nel '500) perchè mi tranquillizzai un po' sia economicamente che moralmente. E mi sentivo meno "sperduto" di qualche giorno prima. Sarei anche rimasto in questo ambiente se non fosse stato che avrei dovuto adèmpiere ad un sacco di doveri burocratici per mettermi in regola, compreso un permesso di soggiorno (che è tanto di attualità da noi negli ultimi vent'anni) poi il lavoro era solo di circa una ventina di ore alla settimana, e comunque sarebbe tornata dopo le ferie la ragazza titolare di quelle mansioni che stavo svolgendo. Uno degli ultimi giorni vicino a Rue de Rivoli acquistai un paio di scarpe Adidas comode ed economiche e mi preparai mentalmente al viaggio di ritorno. La mia vacanza tutta matta era finita prima ancora che me ne stessi accorgendo. Avevo ancora negli occhi i paesaggi che avevo visto per poco più di tre mesi, avevo nelle gambe ancora tutta la fatica, e nel cuore sensazioni contrastanti. Ero orgoglioso di essere riuscito ad arrivare da solo in Portogallo e poi tornare. Non posso dire che fossi felice di tornare, che ogni ritorno è un po' un fallimento infondo, ma non essendomi imbarcato su un cargo per il Brasile e non avendo trovato un lavoro vero e stabile in qualche posto, direi che l'epilogo era da prevedere.
La zona del Jura franco-svizzero.
Mi permisi un treno fino a Dijon, la città della mostarda, perchè il treno già allora era caro anche in seconda classe. Arrivai là che era sera tardi e al Gran cafè della stazione presi un bel cafè au lait con brioche: di madeleinettes per fortuna non ne avevo più vista l'ombra! Poi mi misi in cammino come ai vecchi tempi lungo una provinciale che portava verso sud, verso la Savoia e la Svizzera, e camminai credo per quasi quattro ore. Quando fui esausto mi fermai. Avrei forse sperato di trovare un campeggio ma non ne avevo proprio incontrati nè avevo visto cartelli che li indicavano. Così dopo tanti giorni ecco un'altra notte sotto le stelle. A pensarci oggi mi fa paura. La mattina dopo mi svegliai comunque che avevo dormito bene e ripresi la marcia fiducioso. Il campeggio lo trovai verso sera per fortuna ed era ben organizzato e pieno di tedeschi e olandesi. Non riesco a ricordare dove fossi, ma ero sicuramente abbastanza vicino alla Svizzera. Infatti il giorno dopo ancora mi feci dare un passaggio fino alla zona montuosa del Jura che non avevo mai visitato e di lì mi ricordo che passai nel Canton Neuchatel a piedi lungo un passaggio pedonale che costeggiava una autostrada. Quando arrivai dall'altra parte il doganiere mi guardò con sospetto, forse perchè ero tutto solo, e mi perquisì lo zaino per bene, sospettando forse presenza di droghe. Menomale che mi ero comprato quelle Adidas nuove perchè stavo camminando di nuovo come un forsennato quasi senza accorgermene! In un villaggio c'era un mercatino in piazza ed ero molto affamato. Erano quasi le cinque del pomeriggio e mi comprai del formaggio Brie locale e una baguette che divorai letteralmente. La sera però preferii tornare in Francia perchè non so se gli svizzeri mi avrebbero lasciato dormire nel primo boschetto. Peccato, mi sarebbe piaciuto arrivare fino al lago di Neuchatel o di Ginevra ma pazienza... A Bonneville, non lontano da Ginevra chiesi ancora un passaggio col pollice e ne ottenni due, uno da un ragazzo arabo, su una vecchia e sgangherata Peugeot 404 berlina bianca (come quella che papà aveva comprato nel '68 e che era stata la mia prima palestra di guida) che mi portò fino quasi alle Alpi. Allora non si vedevano tanti arabi, per lo meno da noi in Italia, e chiacchierai molto con lui che veniva dall'Algeria e mi raccontò tante cose della sua famiglia che era rimasta laggiù. Poi, salutato e ringraziato il mio chauffeur un po' maleodorante (senz'altro più di me) mi misi ancora in strada col mio pollice alzato.
La Peugeot 404 come quella di mio papà.
Dopo quasi un'ora ero scoraggiato, quando ecco che intravvedo una Fiat 127 blù con targa italiana che si avvicina e si ferma: erano tre signori di Torino! Non so perchè la gente una volta prendesse a bordo così facilmente gli sconosciuti allora. Me lo sono chiesto tante volte. Alcuni forse speravano di incontrare qualche ragazzo con del "fumo" (mi fu chiesto più di una volta se ne avevo con me) o forse semplicemente perchè anche se non ce lo ricordiamo, c'era simpatia per questo modo di viaggiare e basta. Infondo gli anni settanta non erano passati da molto.
Saint Vincent, Valle d'Aosta.
Coi torinesi passammo anche la frontiera e il Tunnel del Monte Bianco ed io offrii la mia parte di pedaggio, poi i tre mi vollero per forza offrire da bere una birra! Credo che a me, miscredente e ateo convinto, mi stesse accompagnando da mesi qualche Angelo Custode...
Da Saint Vincent dove mi lasciarono i simpatici e arzilli anzianotti piemontesi, e dietro loro furbissimo consiglio, non fu difficile individuare qualche auto di Milano che tornava in città dopo una notte al Casinò. Fui fortunato sia perchè trovai subito una coppia di amici, evidentemente professionisti, che mi concessero un passaggio fino a Milano sulla loro lussuosa Mercedes a patto che guidassi io.  Accettai subito, e guidai nella notte limpida e fresca, con l'autostrada vuota e toccai i 220 Km/ora senza accorgermene (ero abituato alla mia Citroen 2Cv). Parlammo del più e del meno e questi due cinquantenni volevano darmi ad intendere di essersi “intrattenuti” con due bellissime ragazze lì a Saint Vincent. Chissà perchè tra maschi di tutte le età scatta subito questo meccanismo elementare e stupido, specie se non ci si conosce... forse per far colpo? Fattostà che notando la mia assoluta indifferenza uno dei due per fortuna cambiò argomento ed io ebbi modo a mia volta di vantarmi un po' del pazzo giro in bici e treno che avevo appena fatto.
A Milano mi lasciarono in viale Monte Rosa, erano le 4:30 del mattino forse ed io a piedi raggiunsi Piazza Tripoli. Ero allenato ormai. Mi sembrò stranissimo camminare per Milano come si cammina per una città straniera pieni di curiosità. Infondo è solo questione di prospettiva. Ovviamente avevo le copie delle chiavi di casa che mi aveva datoil mio amico, ed immaginavo chissà perchè che mi avrebbe accolto festante appena entrato. Aprii il portone, presi l'ascensore fino al settimo piano, da dove si godeva di una vista stupenda ed anche i rumori della città erano attutiti, aprii la porta del bilocale, accesi la luce e posai le mie due borse. Poi mi resi conto che erano le 5:30 e mi affacciai al soggiorno/camera da letto per vedere se qualcuno era in casa. Sul letto c’era un sacco a pelo tutto chiuso. Il sacco sembrava "pieno", ma non si intravedeva la testa! Provai a toccare piano quel fagotto e mi accorsi che qualcuno dentro c'era, allora chiamai piano e il fagotto si animò improvvisamente lasciando spuntare la faccia un po' sconvolta e sudaticcia del mio amico. -Cosa ci fai qui? Ti credevo in giro per il mondo!- mi disse -Mi hai fatto prendere un terribile spavento, pensavo fossero i ladri e allora ho pensato che se mi chiudevo dentro al sacco e stavo fermo non mi avrebbero fatto del male!-
Fu davvero sorpreso nel vedermi anche perchè erano settimane che non ci sentivamo ormai, nè avevo pensato di chiamarlo, specie nei giorni bui della malinconia. Poi come ho detto, allora non esistevano i telefonini e gli unici cellulari erano i furgoni della polizia dove caricare gli studenti arrestati. Insomma ci sedemmo a chiacchierare fino alle sette quando sarebbe andato a disegnare dal padre, facemmo un caffè, poi quando uscì, per la verità ancora un po' sconvolto io mi buttai nella vasca da bagno. Mi addormentai quasi subito quella mattina e quando mi svegliai mezzo fuori dal mio sacco, era già mezzogiorno e c'era un bel sole. Aprii la finestra che dava sul balcone, guardai Milano e mi chiesi perchè diavolo non ero rimasto lì a cercarmi un lavoro decente. Comunque una bella vacanza-avventura l'avevo fatta, e mi ero divertito, avevo riso e pianto, e soprattutto avevo vinto quella sfida con me stesso.
I Navigli a Milano, frequentatissimi la sera.
Seguirono giorni abbastanza sereni e divertenti nei quali la sera uscivo con l’amico e con altri ed infondo era come essere ancora in ferie. Andavamo spesso sui Navigli o in altri posti che frequentavamo di solito prima del mio viaggio. E' stato proprio come tornare a casa, ed io ero un po' cambiato, forse più preoccupato ma anche meno preso da tutte quelle cose che mi avevano terribilmente afflitto in passato come l'assillo dell'Università o della famiglia. Mi sentivo libero e cominciai, ricordo, per la prima volta in vita mia, a considerare seriamente di metter sù una casa tutta mia. Non mi sarei neanche fatto sentire più da mia madre e dai miei fratelli che tra l'altro fin lì non sapevano neanche esattamente dove fossi finito. Quel viaggio che avevo fatto era passato come il sogno di una notte, ma a qualcosa era pur servito. All'epoca non avevo certo le idee chiare, anche se mi davo ormai le arie di uomo vissuto. Mi ricordo di tre o quattro giorni che mi venne l'idea di andare chissà perchè a Rimini. Lì cercai anche lavoro come avevo fatto a Parigi, ma senza successo. Avrei fatto volentieri anche il lavapiatti, ma non trovai niente. Una mattina mi svegliai sulla spiaggia col sole cocente che lì sorge dal mare, mi buttai in acqua e decisi di tornare indietro. Era un posto divertente pieno di locali, ma non avevo avuto fortuna. Si vede che era destino. In più stavo provando la stessa tristezza che mi assalse a O Porto quel giorno ormai lontano e quindi decisi di tornare a Milano.  Non so cosa pensasse il mio amico della mia situazione, ma lui era un tipo molto solo e forse almeno gli facevo un po' di compagnia. A volte mi sentivo un peso, e allora con buona volontà gli facevo il bucato e gli riordinavo casa come un filippino (che io comunque sono sempre stato un tipo pulito e ordinato). Una sera mi presentò una sua vicina di casa. Era una tipa simpatica, anche se un po' grossolana per i miei gusti. Facemmo comunque amicizia e uscimmo insieme la sera, lei mi parlò di certi amici che aveva in Lunigiana e che gestivano un agriturismo con maneggio. La cosa mi incuriosì molto, al punto che ci riproponemmo di andarci insieme durante un week end, così tanto per vedere questi amici. Non saprò mai se fosse stato l'amico disperato a suggerire questa scappatoia, fattostà che con una vecchia Autobianchi A112 un sabato prendemmo l'autostrada Milano-Parma-La Spezia, uscimmo ad Aulla e dopo una curva ci inerpicammo lungo una salitella che portava al villaggio di Debicò nella valle di Aulla lungo la strada per il passo del Cerrèto. Man mano che si saliva spariva l’asfalto e aumentavano i massi e le buche, tipo percorso del Camel Trophy. Passammo un villaggio piccolissimo e disabitato, Debicò per l'appunto, e dopo ancora un po' di salita, a rischio di rompere la marmitta o qualche gomma, arrivammo ad uno spiazzo e ad un casolare. La costruzione era di cemento lunga e bassa come fosse un magazzino agricolo trasformato in residenza. C'era poi un boschetto tutt'intorno e il terreno si stendeva su diversi livelli a terrazzamento, un po' come in Liguria. Nel terrazzamento più in alto della costruzione principale ecco un altro capannone di cemento più piccolo, mentre più in basso a destra si intravedeva il grande campo del maneggio vero e proprio con le scuderie a forma di ferro di cavallo quadrato e dietro una montagna di letame fumante. Non avrei mai immaginato che in quel posto ci sarei rimasto quasi un anno della mia vita.
I gestori, una coppia sulla trentina o poco meno, furono molto gentili e ospitali e mi chiesero se conoscevo un po' i cavalli, ed io risposi anche troppo sfrontatamente che sapevo montare a cavallo e che mi piacevano molto gli equini, anzi l'adoravo io l'odore acre del cuoio e del letame...
In realtà erano anni che non inforcavo una sella, comunque mi resi conto in seguito che dovevo avere un talento naturale. Fattostà che evidentemente gli piacqui, e mi proposero di restare lì a lavorare con loro per il resto dell'estate in cambio di vitto, alloggio e preparazione per l'esamino di Cavaliere di Turismo Equestre, onde ottenere il patentino. E perchè no? Magari questo mi avrebbe aperto qualche prospettiva di lavoro.
L'antichissimo simbolo della Lunigiana.
Inutile dire che accettai e la sera stessa restai lì con le mie poche cose. Forse la missione della vicina era riuscita in pieno...
Poi tanto gli amici sarebbero venuti a trovarmi, magari nei week end. Mi sembrò una buona soluzione per il momento. La "vacanza" non so se intesa come "latitanza in mezzo ai monti" continuava, ma ora con prospettive un po' diverse, e non ero più solo, perchè lì lavoravano oltre alla coppia di gestori anche quattro o cinque ragazzi e ragazze, e arrivavano tanti ospiti paganti ogni settimana.
Non avevo nessunissima voglia di telefonare né a mia madre né a mio fratello. A loro avevo solo inviato un paio di cartoline in due mesi, e basta. Seguirono giorni veramente appassionanti in cui appresi tantissimo dell'arte del "grooming" cioè della cura dei cavalli, oltre al fatto che si facevano belle passeggiate a cavallo ed io ebbi subito modo di rinverdire con successo la mia arte equestre e riprendere velocemente allenamento alla sella. Di gente ne passava parecchia ed era divertente lavorare come in un albergo ma senza nessun formalismo né distacco, anzi tutti si davano sempre del tu a tutte le età e si intrecciavano spesso belle amicizie e anche numerosi flirts. Inoltre io, bravino com'ero, potevo anche darmi con gli ospiti di passaggio le arie di "consumato uomo di cavalli"!
Appresi tantissimo anche della storia e delle tecniche perché era pieno di libri e riviste sull'argomento. Ricordo che abituato a studiare com'ero fin da piccolo, mi preparavo all'esame del patentino diligentemente la sera, dopo il lavoro massacrante che non ci lasciava molto tempo libero nell'arco delle dodici ore.
Debicò com'è oggi, abbandonato.
Debicò con alle spalle le Alpi Apuane.
Dopo pochi giorni che lavoravo con quei ragazzi, dalle sette del mattino alle otto di sera e poi un'oretta anche dopo cena, per dare l'ultima sistemata e l'ultimo pastone ai cavalli, sette giorni su sette, senza quasi sosta, avevo già la sensazione di dare il meglio di me, anche se non si trattava di un vero lavoro, anche se il contesto era particolare. Ma ero soddisfatto delle mie giornate, specie quando nei week end arrivavano gruppi di adulti e ragazzi, italiani o stranieri per lezioni di equitazione o belle passeggiate. Anche in sella ero abbastanza naturale e morbido, anche se erano anni che non montavo, ma la muscolatura delle gambe si stava abituando, e poi anche montare è un po' come andare in bicicletta, una volta imparato non lo scordi più. Ricordo che neanche con Giò, un grosso baio inglese che tutti temevano per il suo presunto caratterino, ebbi mai alcun problema, anzi ero l'unico che alla sera riusciva a metterlo "ai due venti", cioè a fermarlo con due longhine alle pareti e ad alzargli i piedi posteriori per pulirlo. Mi dissero che più di un fabbro aveva penato a farlo. Vabbè che secondo me certi fabbri sono un po' troppo bruschi, nervosi, stanchi e maneschi in genere... La sera spesso dovevamo anche aiutare Mario, lo "chef", un simpatico paesano del luogo (con la caratteristica parlata di quei posti, un "ligure" con qualche elemento toscaneggiante) tifosissimo della Fiorentina, che veniva a cucinare in caso di ospiti appunto. Io ero specializzato nello scrostare le teglie unte in cucina! Che vita piena e allegra infondo. Poi se veniva qualche straniero io ero l'unico che masticava inglese e francese e un pochino di tedesco, e così mi rendevo utile. Anche il mio rapporto coi "capi" era ottimo e forse videro subito la mia buona volontà. C'era poi Martino, il fornaio di Gassano, il borgo vicino, il quale aveva da noi a pensione una bella cavallina andalusa grigia di nome Tàiga. Andalusa diceva lui, secondo me con quel nome doveva venire dall'est. Comunque questo era il mio parere segreto. Era un ragazzo per nulla rozzo, anzi, ben educato ed era molto gentile con tutti noi "lavoranti", al punto che due o tre volte quell'anno ci portò in discoteca per farci distrarre un poco dalla routine. Secondo me faceva un po' la corte alla padrona di casa ed era spesso da noi, tanto che pensai che doveva essere in qualche modo loro socio in affari. Nella casa c'erano anche due cani simpatici: Zorba, incrocio improbabile tra pastore belga e segugio maremmano, e Teppa o Teppino simpaticissimo volpino a pelo corto molto affettuoso. Poi c'erano due bei grossi tacchini bianchi, da me battezzati "Cocaina" e la sua Signora, che volevamo mangiarci a Natale, ma nessuno ebbe mai il coraggio di farlo, e una capretta chiamata "Capre e Cavoli" che fece però una brutta fine dopo un incontro col cane San Bernardo di un amico ospite di passaggio.
La Verrucola di Fivizzano, appartenuto ai Malaspina.
Ricordo bene una delle tante volte che ce ne andammo tutti in giro a cavallo fino alla Rocca di Verrucola dopo Fivizzano lungo la strada per il passo del Cerrèto: faceva freddissimo, c'era un bel sole e tanto ghiaccio sulla strada (ghiacciava spesso in quelle strette valli in mezza penombra) e noi sembravamo un po' l’Armata Brancaleone imbacuccati com'eravamo. Al passaggio davanti alla Scuola media di Fivizzano tutti i ragazzi ci salutavano dalle finestre delle classi. Quel giorno montavo un anziano castrone polacco nero e grosso di nome Czor. Arrivati su di un alto pianoro, sulla via del ritorno, facemmo sfogare i nostri cavalli in un bel galoppo. Tornammo che eravamo allegri e congelati, mentre i cavalli fumavano. Li coprimmo subito e li asciugammo a lungo quella sera con la paglia e gli stracci.
Giungerò a dire che alla fine mi sentivo come in famiglia, che ci crediate o no. Eravamo tutti sempre allegri e ognuno ci metteva del suo. Io ad esempio diventai subito famoso per i miei disegni, ed anzi, quando poi a novembre i gestori dovettero andare alla Fiera Cavalli di Verona, io preparai tutta una scenografia colorata da appendere nello stand della fiera, ispirata ai disegni comici dei giochi dei bambini coi pony copiati da certi libretti inglesi. Il mio lavoro fu molto apprezzato. Certo, dietro questa "solidarietà" c'era anche l'altra faccia della medaglia, perchè a noi in cambio veniva data tanta pastasciutta e basta:  mentre i cavalli e la scuderia erano tenuti e nutriti in modo impeccabile, beh, lo stato e l' igiene dei lavoranti "alla pari" non era un granchè. Ci era consentito di fare una doccia solo al sabato sennò erano smorfie di disappunto, e questo mi pesava tantissimo, tutto il giorno tra polvere, sudore, letame, fieno e crini di cavalli. Io alloggiavo in una costruzione separata circa 500 metri più in basso lungo il sentiero (era una scelta mia di tranquillità) e la sera ero talmente cotto che dopo la cena e le ultime cure ai cavalli mi ritiravo con torcia in mano fino a quel luogo nel buio del bosco, lavandomi un po' ad un lavandino di acqua gelata, anche l'inverno, e poi mi buttavo distrutto dalla fatica in una fetida cuccia, non proprio un letto, accanto alla quale c'era solo una piccola stufetta elettrica.  Niente cambio né bucato fino al prossimo sabato, e al sabato, dopo la doccia, si frugava insieme nei cassetti di un armadione comune dove c'erano maglie, maglioni, calze pesanti a disposizione di tutti, maschi e femmine, e chi prima arrivava prendeva i capi più ambìti e meglio conservati, gli altri dovevano accontentarsi di quello che restava. L'unica cosa che non potevamo scambiarci erano i calzoni, gli stivali e gli scarponcini, per il resto ho assistito anche a vere e proprie serratissime trattative!
Ma quando si partiva tutti in sella lungo i sentieri e i tratturi boscosi, nelle strette valli circostanti, attraversando pratoni e guadando ruscelli, ogni elemento negativo spariva e mi sentivo felice. Quando venne l'inverno era divertente spaccare la legna e accumulare i ciocchetti accanto al camino in soggiorno e fare poi lunghe chiacchierate tutti insieme davanti al fuoco. Non mancò neanche un piccolo flirt con una mia collega di poco più giovane. La solita storiella che quando finisce ti lascia un po' di amaro in bocca. Anche lei era di Milano e dopo quattro o cinque mesi tornò in città a studiare, credo biologia, e non ci vedemmo mai più.
Questo non lo dico per vantarmi come gli anzianotti che avevo incontrato a Saint Vincent, ma lo racconto solo per dire che alla fine restavo comunque tanto, tanto solo. Saranno stati i trent'anni d'età forse. E chi lo può dire. Ad un certo punto comunque mi ero talmente disintossicato da tutto ed ero così carico interiormente, che volli farmi vivo persino coi miei. Contattai mio fratello che sicuramente era quello che più aveva sofferto della mia scomparsa, e comunicai la mia posizione anche alla sorella in giro per l'Europa. Lei mi venne a trovare insieme al suo ragazzo e siccome mi trovarono senza una lira mentre loro lavorano coi loro dipinti da strada, mi regalarono un paio di stivali da equitazione di gomma e un paio di calzoni per montare, basici ma buoni. Poi anche un bel librone sui cavalli che conservo ancora. Una volta che era in vacanza a Rapallo venne anche mia madre con una sua amica. Lessi nei loro volti lo sconcerto più assoluto e lo schifo trattenuto a stento. Poi io andai da lei una domenica col treno. Davvero non avevo più problemi a rifrequentare i parenti, ero interiormente tranquillo e straordinariamente equilibrato ora. Ho davvero tanti ricordi di quel periodo, come le fiere paesane di bestiame sia in Lunigiana che in Emilia e Liguria dove una volta si scelse tutti insieme e si acquistò un giovane stallone baio di razza Franches-Montagnes che io battezzai "Agricolo" o "Agri".  
Rustico esemplare della razza Franches-Montagnes.
Quello di dare i nomi azzeccati ai cavalli e agli animali in genere era un'altra delle cose che mi riusciva bene, e tutti lo apprezzavano. Che bel rapporto poi che avevo con loro, sia che fossero della casa che ospiti a pensione. Non mi è mai successo di irritarli o innervosirli anche se ero stanco e nervoso io, ed è stata per me quasi una vera terapia psicologica il contatto con loro. Quanti pastoni di orzo e avena da preparare, quante presse di fieno da dividere, all'alba e altre cinque volte ogni giorno per ogni box o posta dei cavalli, quanto letame da spalare e scaricare con la carriola, quante volte alzavamo le gambe per pulire i piedi ai cavalli e quanto la spazzavamo quella scuderia, era tenuta sempre pulitissima, eravamo noi ad essere dei cenci sporchi ! Al punto che mi venne addirittura un intorpidimento al braccio sinistro che mi durò parecchio.  Poi assistevamo anche il fabbro quando sistemava i ferri dei cavalli e fu un'altra esperienza unica davvero. Quando arrivava il fabbro, così come quando arrivava il veterinario era una festa, un'evento! Mi sembrava di vivere in certi quadri dell'ottocento. Non vedevamo mai la TV. E vivere nella natura e all'aria aperta in ogni stagione, e quasi non sentire il caldo o il freddo, respirare l'aria limpida e pulita di questa stretta e verde valle era una gran bella cosa. Quell'estate vidi tantissime stelle che mi facevano pensare a quando avevo attraversato la Spagna e dormito nei boschi, a quando infondo tutto era iniziato. Avevo con me anche un manualetto che conservo ancora sugli alberi e arbusti d'Europa e mi divertivo a riconoscere le foglie e i tronchi, letteralmente immerso nella natura. I miei ospiti erano sempre gentili con me anche quando sbagliavo, specie all'inizio, e credo che a volte si chiedessero perchè ero rimasto tutto quel tempo. Io fui l'unico che rimase otto - nove mesi di fila in quel posto. Appresi tante cose che poi insegnai dopo tre o quattro mesi ad una nuova generazione di ragazzi che venivano a lavorare con noi. Cominciarono quasi a considerarmi papabile per la prossima estate come "capo scuderia" non fosse altro che per quel po' d'esperienza fatta e per avermi visto a mio agio coi ragazzi. Ma io ero davvero stanchissimo e non sapevo se ce l'avrei fatta a reggere per un'altro anno ancora a quelle condizioni. Almeno avrei voluto un alloggio mio con una doccia calda alla sera e un minimo di paga, perchè comunque al dilà di tutto non è che non vi fossero state entrate economiche nel sito. Ne parlai con loro ma senza risultati concreti. Verso la fine dell'anno poi il clima stava cambiando e dall'entusiasmo iniziale si stava passando ad una generale sfiducia. Si parlava di crisi, di cose che non erano andate come dovevano, c’erano problemi con l'affitto, non so perchè, fattostà che non chiesi mai nulla di preciso ma mi accorsi che le mie richieste arrivavano nel momento più sbagliato.
Resta il ricordo di tante belle passeggiate come questa.
Nel frattempo anche molti amici vennero inaspettatamente a trovarmi in quel posto difficile da raggiungere: l’amico di Milano e la sua vicina, un altro che avevo conosciuto anni addietro all'Università  a Genova, perfino mia cugina incinta col marito che dormirono lì una notte. Poi mi telefonò addirittura un'amica di Roma alla quale avevo scritto una cartolina e l'andai a prendere fino alla Spezia con la Dyane furgonetta scassata della casa. La sera, al ritorno, rimanemmo bloccati lungo la salita per Debicò con una gomma squarciata...che stradaccia. Ricordo benissimo che una volta vennero dei ragazzini con le loro accompagnatrici ed io ho assistito ai primi approcci tra il mio amico di Milano e quella che sarà la sua prima moglie. Insomma da un certo punto di vista questo luogo cominciai a considerarlo un po' magico, o investito da qualche misteriosa energia... magari lo spirito degli antichi e misteriosi popoli della Lunigiana? Ma ora che l'incanto svaniva pian piano che avrei fatto? Quello che continuava a piacermi era il contesto naturale ed anche il lavoro duro al quale ormai avevo fatto il callo. Poi mi ero anche chiesto se una volta che fossi diventato eventualmente dipendente e non più solo amico-collaboratore alla pari i nostri rapporti sarebbero mutati. Sai, quando ci sono di mezzo i soldi non puoi mai dire! Però lì non ci stavo male ed ero sicuro che se me ne fossi andato per stanchezza avrei provato comunque un grande vuoto. Provai a non pensarci più per un po', anzi mi distrassi un paio di week end che non c'erano arrivi di ospiti, ed andai fino a Milano da mia madre e mio fratello, tanto per cambiare aria. E quando tornavo a Debicò, portandomi dietro in dono magari una dozzina di paia di calze pesanti militari usate che avevo acquistato in un magazzino sui Navigli (e che furono accolte con ovati ed acclamazioni di sincero entusiasmo) ero comunque molto contento e soddisfatto.  
Ma periodicamente la mia situazione economica tornava a pesarmi, non potevo recarmi neanche in paese dal barbiere per sistemarmi un po' e i miei pensieri allora si adombravano. Un giorno o l'altro i nodi sarebbero venuti al pettine. 
Ed ecco che un giorno giunse la telefonata di un'amica francese di una fotoagenzia per la quale avevo lavorato due anni prima a Milano, la quale mi disse che un comune conoscente avrebbe a giorni aperto un bel centro di Turismo Equestre in provincia di Grosseto e cercava disperatamente personale avvezzo ai quadrupedi! Gli telefonai subito di nascosto una volta che andai ad Aulla con la scusa del barbiere e coi miei pochi spiccioli. Sembrava davvero una cosa grossa e mi avrebbero offerto un vero contratto a tempo indeterminato come operaio agricolo per occuparmi di cavalli e passeggiate. 
Confesso che non me l'aspettavo una cosa così, e mi feci trascinare quasi senza pensarci, sentivo nelle mani quasi un mestiere anche se appreso da poco, e la prospettiva di un contratto vero era un miraggio irresistibile per uno con le tasche vuote.
I cavalli fanno parte dei miei ricordi più belli.
Dunque ancora una volta ecco che un ciclo finiva, come sempre nella vita. Avrei dovuto prendere una decisione e molto in fretta, e mi fidai. Il salto fuori dalla mia tana dovevo farlo e basta.
Comunicai non senza lacrime la mia decisione. Li abbracciai tutti perchè tra noi comunque si era creata una specie di magìa. O forse no, sono io che sono il solito sentimentale e la verità era che mi ero fatto anche un po' sfruttare da loro infondo. Ricordo bene che un'amica comune che era venuta a trovarci una sera mi parlò a tavola un po' seccata di "mancanza di gratitudine e spirito di solidarietà" da parte mia. Rimasi un po' male facendole notare che per rimanere sarebbe bastato anche solo qualche soldino ogni mese, io non avevo certo chiesto un contratto o un vero stipendio per ora. Ma capii che non ce l'avrebbero fatta neanche a darmi una mancetta mensile, o forse non volevano, non lo saprò mai.
Ma perchè avrei dovuto accollarmi tanta responsabilità? Certo loro mi avevano insegnato tante cose ma io avevo sputato sangue e contribuito anche oltre il mio dovere alle loro entrate.
Insomma li lasciai, la magìa era finita. Ci volle coraggio e determinazione ma come ho già detto le due cose al momento giusto o sbagliato non mi erano mai mancate.
Iniziarono allora lunghi e faticosi anni di lavoro nelle aziende agricole, negli alberghi e agriturismi tra il grossetano e il senese. Innanzitutto la nascita di mia figlia, che cambiò totalmente la mia vita, e lavorai come contadino, boscaiolo, portiere di notte, cameriere, receptionist, poi feci anche un mutuo come le persone serie ed ebbi anche una casa tutta mia, anche se per poco.
E otto anni dopo ancora il ritorno a Milano, dove però stavolta incontrai il grande amore e mi sposai. Misteri della mia vita. Ma questa storia è troppo presto per raccontarla ora.

Ettore Tangorra 2011

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